Sulla prostituzione

Leggevo stamattina una riflessione dell’ultim’ora dell’on. Daniela Santanchè
sull’opportunità di prevedere degli spazi idonei, in Italia, nei quali
consentire il libero esercizio della prostituzione.
Curiosa mi è altresì sembrata, sempre in relazione allo stesso scottante
argomento, la violenta (anche nei toni, come le è d’uso) contestazione alle
posizioni assunte dalla Santanchè da parte dell’on. Alessandra Mussolini.
Naturalmente una esaustiva trattazione dell’argomento meriterebbe analisi
approfondite in vari settori; bisognerebbe sviscerare considerazioni
filosofiche che sull’argomento si susseguono probabilmente dall’alba dei
popoli; bisognerebbe cercare di tratteggiare il profilo culturale dei soggetti
che sembrano assumere posizioni così antipodiche; anche comprendere, perché no,
anche comprendere, al solito, quanta verità e quanto condimento si celi nelle
parole di una testata giornalistica che si propone (illudendosi di averne il
diritto) di “interpretare” le parole di un intervistato (in questo caso di due
intervistate).
Non è corretto quindi, adesso e nella mia posizione, pretendere di sposare l’
una o l’altra delle tesi. Mi limiterò soltanto a descrivere quanta condivisione
abbiano suscitato in me le parole della Santanchè (se vere e se sue…) e quanto
distante dal mio modo di essere sia stata invece, nei modi e negli argomenti,
la risposta della Mussolini.
“Sarebbe meraviglioso immaginare un mondo senza prostituzione – dice Santanchè
- poiché però la prostituzione esiste, il Governo la deve regolamentare
individuando i luoghi più giusti. Quello che ci sta a cuore è restituire le
strade ai cittadini italiani e soprattutto ci sta a cuore eliminare il problema
della tratta delle schiave”.
A me son sembrate parole corrette. Nell’esigenza di guardare al problema, non
nascondendo la testa sotto la sabbia, come fatto spesso dalle istituzione
politiche e cattoliche nel nostro paese, ma concentrandosi sull’aspetto più
desolante e triste che è il bisogno di tutela e difesa (potrei dire anche
amore, senza paura di essere frainteso) per quelle povere donne, spesso
giovanissime, costrette a veder trasfigurato il momento più alto del piacere di
essere viva nel momento più infame della propria esistenza, quando il proprio
dolore diviene necessario contraltare al compimento del piacere altrui.
Questa è la prima verità, per me. La prima!
Nulla è vero, secondo me, nell’approccio al problema, quanto il bisogno di
accogliere queste donne sotto un reale e pratico istituzionale mantello
protettivo, al fine di proteggere, soprattutto, quante, fra di esse, non
vogliano per nulla al mondo piegarsi a quella vita. O a quella morte.
Ed è qui una differenza sostanziale, che va riconosciuta e marcata,
quotidianamente. Alcune di loro, che molti oggi definiscono “escort” giusto per
chiarirsi, scelgono quella vita. E qui si aprano le danze sull’immoralità, sull’
impudicizia, sulla volgarità, che io mi tiro subito fuori. E non giudico
semplicemente perché questo è un problema finto: non esiste esigenza di
tutelare la donna che, per scelta, fa compagnia al ministro, al parlamentare,
all’industriale, per cinquecento euro a notte. Non esiste perché nessuno la
costringerà (se non la sua sete, avida, di danaro e gossip) a ritornare sul
posto di lavoro la sera successiva. Nessuno la picchierà se domani sceglierà di
cambiar mestiere, poiché spesso, o sempre, lei è impresaria di se stessa, e
comunque non vive al soldo dell’ombra tetra del magnaccio squattrinato e
violento, ma spesso di imprenditori del sesso che ben si guarda dal rischiare
la propria “carriera”. Sulla moralità di queste donne potete discutere, ma
fatelo quando io andrò via, poiché di questo aspetto non me ne frega un fico
secco!
Io ho bisogno di difendere le ragazze che da altri mondi vengono sparse sulle
nostre strade, buttate come merce monouso nelle mani della malavita, a morire
una vita senza diritti, nemmeno quelli che la nostra costituzione chiama
imprescindibili. Io ho bisogno di difendere loro, perché a loro nessuno ci
pensa, e voglio difenderle perché nei loro occhi vedo il riflesso di donne
uguali a quelle che circondano e riempiono la mia vita, giorno per giorno. Vedo
madri, mogli, sorelle, amiche costrette, con la forza, a dimenticare per un’ora
o una notte, e a volte per sempre, di essere donne.
Una volta una ragazza fece un paragone che rimane impresso nella mente, perché
riporta a un confronto che spesso si dimentica: fare l’amore è bello, come
mangiare, come bere, come sorridere. Vi immaginate se qualcuno vi costringesse
a mangiare fino a scoppiare? Chili e chili di cibo che per un disegno diabolico
smettono di essere utilità primaria per divenire strumento di tortura? Questa è
la verità della costrizione alla prostituzione!
Ecco dove condivido le parole della Santanchè. E non mi importa di
riconoscerne fini reconditi e motivazioni diverse, che pure ci saranno, visto
che l’onorevole non si è proprio distinto nel campo del riconoscimento dei
diritti civili, nel corso della sua storia politica. Però qui ha ragione.
Spiace soltanto dover constatare, ancora una volta, la sordità del mondo
cattolico (non già di quello politico, che nella sua figura di spicco sembra
leggere la questione in maniera totalmente opposta, abituandoci a cadute di
stile degne di un povero disadattato sociale, costretto per sua indole, a dover
ricordare a se stesso e al mondo la propria virilità, per vincere le proprie
fobie) a questo tipo di problema, scossa solo occasionalmente da interventi di
assistenzialismo tanto umano quanto, nostro malgrado, poco metodico, di uomini
di chiesa di buona volontà, ai quali non può che andare la nostra solidarietà.
Comprendo che i tempi di aggiornamento delle regole della fede siano biblici,
incredibilmente più lunghi rispetto alla veloce evoluzione delle dinamiche
sociali e delle esigenze ad esse abbinate. E però nessuno si meravigli del
progressivo allontanamento dei nuovi giovani. Chiudo con una mia frase: “…se
l’uomo diventasse talmente saggio da liberarsi dall’esigenza della religione il
mondo sarebbe un posto migliore. Anche io credo, non illudetevi. Credo nella
natura. E, nonostante tutto, nell’uomo”.
Buona domenica.
 
Stefano Calò (OSPITE)

5 comments to Sulla prostituzione

  • Caro Stefano, hai impostato una bella discussione su un problema attualissimo e condivido i tuoi convincimenti in merito.(I pareri degli autorevoli personaggi citati, dato il momento elettoralmente critico, mi sembrano dettati da sollecitazioni elettorali più che da un profondo e meditato approccio al problema).
    Tornando al tuo intervento non mi trovi però d’accordo in merito alla tua affermazione finale relativa alla “saggezza” dell’uomo quando questi si libera dall’esigenza della religione. Lo spirito razionale o quello scientifico lo costringerebbero piuttosto, di passo in passo, ad ammettere un principio ed una fine ad ogni cosa. Se credi nella natura penso che tu non sia del tutto lontano dall’avere un profondo spirito religioso che troverai nell’ordine naturale delle cose create e che spinge gli esseri razionali (leggi uomini) a porsi il problema del FINE e della FINE del mondo.

  • Stefano Calò

    Non mi si fraintenda: quando dico che bisognerebbe liberarsi dalla fede non intendo suggerire pratiche di vita immorale o irrispettosa dell’altro. Giammai. E chi mi conosce comprende la veridicità delle mie parole.
    Ecco, giusto per spiegare un po’ meglio il concetto: se è esistito Gesù Cristo, e se davvero egli è stato come lo si descrive, beh, allora guai a non riconoscerne la grandezza!!! Probabilmente è stato uno dei migliori uomini mai esistiti! Ma da qui a costruirne attorno una fede che lo eleva a spirito, ce ne passa…
    Allora, fra 100 anni, perchè non inventarsi il Gandhismo??? Basta poco per partire: cominciamo a scrivere libri dicendo che il Mahatma camminava sul Gange, o che nutriva gli indiani con la forza delle parole. Aspettate, c’è di peggio: e se nascesse l’Hitleresimo? E se nascesse un’antireligione fondata sull’odio e sulla morte?
    Io credo che questo discorso non vada bene nella misura in cui si allontana dall’uomo. Ma scusate, ma che ci vuole ad essere buoni? Che ci vuole a credere che l’uomo possa essere migliore di come è? Bisogna necessariamente credere a un giudizio universale? Non basta “A livella” di Totò, a dirci che la vita finisce – come è nell’ordine delle cose – e buonanotte a tutti?
    Io mi sento benissimo così, e non mi serve un dio superiore che mi guardi la sera, quando vado a dormire. Basta la mia coscienza ad ammonirmi. E lei è severa, ed arriva ovunque. Non ce la fai a fregarla!
    Per quel che riguarda l’ordine delle cose, caro Prof, Antoine Lavoisier diceva “Nulla si crea e nulla si distrugge”. Io comprendo che la mia è una “non risposta”, volutamente e simpaticamente provocatoria, ma in fondo rende bene l’idea.
    Vorrei portare un altro esempio, in tutt’altra direzione. Una mia amica, tempo fa, in un momento di rabbia volle inveire contro dio perché un bravo ragazzo era morto di incidente stradale. Io la ammonii col seguente ragionamento.
    L’essere umano elabora le proprie conoscenze con il cosidetto “metodo sperimentale”; grazie ad esso ha imparato a riconoscere la “casualità” come elemento naturale in grado di produrre evidenze senza la correlazione causa-effetto. Quando però si tratta di vicende che provocano emozioni troppo forti da essere sopportate (si pensi alla morte) o anche quando la scienza non riesce, al momento attuale, a dare risposte ad effetti riconosciuti come “non casuali” (si pensi ad esempio ai poteri paranormali, spesso controllati da chi li detiene) è spinto, per sua natura, a voler trovare altre cause.
    Altre forze, per meglio dire, che possano dominare detti eventi.
    Ecco quando e per quale esigenza nasce il concetto di dio (rigorosamente minuscolo, quindi!). In pratica qualcuno sceglie di chiamare con il vocabolo “dio” il caso, la scienza futura, la natura stessa.
    Si potrebbero fare numerosi esempi: il più banale è la riproduzione degli esseri umani. Quando l’uomo non poteva comprendere la relazione sussistente fra l’atto sessuale e la nascita di un bimbo (d’altro canto erano trascorsi nove mesi…) sceglieva di addebitare quest’ultimo evento al volere di una forza superiore. Quando la scienza arriva a spiegare quella relazione, d’un tratto scompare l’esigenza di dio in quella vicenda. Nondimeno, tuttavia, serve a dare altre risposte, alle quali la nostra scienza, al momento, non è giunta.
    Quindi dove arriva la scienza dio non serve. Man mano che la scienza invade i campi della conoscenza, la fede arretra, come l’ombra vinta dalla luce. Ma questa affermazione compromette fortemente il concetto fondamentale di tutte le religioni secondo le quali, invece, dio è assoluto.
    E quindi, direi io, o dio non esiste, oppure dio è la natura. E mi va bene ugualmente…

  • Caro Stefano,
    voglio cercare di cambiare solo la tua conclusione per dirti: ” Dove arriva la scienza Dio serve ancora. Man mano che la scienza conquista i campi della conoscenza, la fede avanza ed occupa altri campi ove … anche la ragione più acuta non è mai riuscita a farci vedere ciò che è rimasto ancora nel buio. I limiti della ragione e della fede si spostano ambedue di continuo”. Il Dio al quale tu pensi, è immanente alla natura, o come dici è la natura stessa, è limitato perchè la Natura, pur se di origine divina, è solo la manifestazione di una parte della potenza divina intesa come totale e assoluta.Dio, pertanto, non può essere l’Assoluto perchè le due ipotesi si contraddicono a vicenda perchè A) se Dio è la natura è limitato come la natura B) se è Assoluto deve per forza comprendere la natura e tutto ciò che potrebbe esserci oltre la natura.
    C) La soluzione potrebbe essere quella di un Dio Assoluto e Trascendente il creato e non quella di un Dio Assoluto e immanente nel creato

  • Lele

    Caro Stefano e carissimo Professore,leggo con sincera contentezza della vostra “simpatetica” querelle sulla prostituzione e sul libero arbitrio.Erasmo da Rotterdam diceva che bisogna trovare nella forza interiore di ogni singolo uomo la verità divina anche attraverso la quotidianità e l’esempio.E’questo che però vuole veramente l’homo technologicus di questa nostra parte della storia? Si sente veramente sicuro dietro il paravento della conoscenza scientifica e quindi diventa capace di scegliere tra il bene ed il male delle proprie azioni basandosi sulla autonomia della propria knosi e della propria coscienza? O invece,come credo,siamo eternamente in lotta con la nostra stessa determinazione e con le nostre consapevolezze,tanto da scoprirci fragili e caduchi,e conseguentemente bisognosi di ricercarci o di ricercare dei punti certi e insindacabili che travalichino la nostra stessa forza interiore e che diventino “ex-divinae providentiae” per raggiungerci solidi ed efficaci,per rassicurarci sulle nostre “impotenze” ed inesattezze.Rimane la quotidianità e l’esempio che restano pur sempre fatti umani e che la nostra coscienza sa benissimo distinguere e secolarizzare,ma che come “actio hominis” lasciano molte perplessità se non vengono riversati su dei canali di genuina carità e di sincero altruismo,che solo un esempio diverso dalla nostra coscienza e solo un esempio che vada al di là dello scibile umano e da quell”Homo homini lupus” di Hobbesiana memoria,può spiegarceli e può indirizzarci.Potremmo chiamarlo Amore con la A maiuscola oppure Iddio oppure Allah o Bacco ma il senso del nostro arbitrio non cambia,abbiamo bisogno di una forza superiore per conoscere veramente ed a fondo le nostre limitate coscienze.
    (Un nuovo grazie al Professore Viva che rende possibili questi amichevoli “scontri”) Un saluto a Stefano.

  • Stefano Calò

    Grazie Lele. E grazie al prof…

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