Il PRESIDE e la GINA

Da qualche anno ero il Preside di quell’istituto di istruzione secondaria superiore  ed ormai  avevo piena cognizione di ogni aspetto dell’attivita’ didattica ed amministrativa della Scuola; conoscevo tutti i docenti, il personale amministrativo ed ausiliario e buona parte degli alunni.

Qualche mese dopo l’inizio di un nuovo anno scolastico, quando ormai le giornate scolastiche scorrevano tranquille e serene, il bidello del primo piano mi chiese se potevo ricevere, per un colloquio, un’alunna del quinto anno. La cosa mi sembro’ insolita perche’  gli alunni si presentavano in presidenza dopo aver avuto il permesso del docente in servizio nell’ora di lezione interessata. Come sempre, non mi  rifiutai di ricevere l’alunna che aveva chiesto di parlare. Credevo si trattasse di uno dei soliti motivi: la scomparsa di qualche oggetto personale, di qualche rimprovero ritenuto ingiusto o, nel migliore dei casi, di esigenze piu’ serie e meno banali: Il libro adottato non era stato acquistato, al viaggio di istruzione l’alunno/a non poteva partecipare per l’opposizione dei genitori, al viaggio la classe non partecipava per indisponibilita’ di docenti accompagnatori. Per questi ultimi casi   occorreva calma ed accortezza per far si che tutto continuasse a svolgersi con serenita’  e senza ricadute negative sul prosieguo dell’attivita didattica ed educativa. Il fatto che l’alunna avesse chiesto di essere ascoltata “in privato” mi aveva comunque impensierito. E avevo ragione.

L’alunna si presento’ educatamente. Il colloquio stava per iniziare ma una imprevista telefonata di servizio mi costrinse a rispondere al Ministero. Pochi attimi furono impiegati per la risposta ma mi bastarono anche per osservare l’alunna che mi stava seduta di fronte e che rientrava nel novero degli alunni che io poco conoscevo: l’atteggiamento composto, l’abbigliamento, senza stravaganze, era adeguato ad una studentessa seria e garbata. Solo il rossore delle gote tradiva una evidente apprensione e agitazione interna dovuta, immaginai, al colloquio che stava per iniziare col Preside.

L’alunna stentava a iniziare il colloquio e, per metterla a suo agio,  le chiesi un parere sul progetto  di raccogliere, in una pubblicazione, tutte le poesie degli alunni dell’istituto e su qualche altra questione che mi sembrava interessarse particolarmente gli alunni . La Gina, cosi’ l’alunna era stata chiamata  dal bidello, sembro’, sulle prime, disponibile ad ascoltare  il Preside ma, dopo breve tempo, venne spontaneamente al “dunque” e disse: Preside le voglio parlare della mia situazione. Ora, pensai,viene fuori qualche pasticcio.

La Gina, con apparente calma, ma con gli occhi lucidi che tradivano l’agitazione interna, mi racconto’ brevemente le sue amicizie extrascolastiche e giunse rapidamente al motivo della richiesta del colloquio: aveva iniziato a prendere droghe “leggere” quasi per caso, ma solo da qualche mese sentiva una forte spinta a bucarsi piu’ spesso e non sapeva come fare per non cadere nella “ruota”. Non mi richiese un aiuto in denaro, come accadutomi altre volte, ma solo di essere compresa e consigliata sul da farsi. Compresi che l’alunna era veramente preoccupata per quanto gli stava accadendo. Mi sforzai di parlarle con il cuore in mano, di far leva sul suo trascorso  di ragazza in gamba,  ben voluta da tutti i docenti e dai suoi stessi compagni, sollecitandola a non buttare alle ortiche la sua vita trascorsa e soprattutto a fidarsi di se stessa, a non cercare altrove la salvezza, a convincersi  di potercela fare con le sue forze ed il suo coraggio dimostrandole che il colloquio che stavamo facendo era una prova inconfutabile di eccellente forza interiore e di grande ragionevolezza. Queste sue qualita’ avevano vinto la vergogna, le conseguenze di una eventuale disistima, avevano chiarito a lei stessa, piu’ che al Prerside, le vere inclinazioni di una giovane che voleva riprendersi da uno sbandamento temporaneo. Le chiesi infine di confidarsi, come aveva fatto con me, con I suoi genitori.

Apriti cielo! Con le lacrime agli occhi mi prego’ e scongiuro’ di non far sapere nulla ai suoi genitori, che non l’avrebbero capita e si sarebbero certamente vergognati di sapere che l’unica figlia era una drogata. Non sapevo piu’ che fare ma, visto lo stato di agitazione nel quale la ragazza era entrata,per preoccupazione del peggio, le promisi che non avrei deluso la fiducia dimostratami e, a fronte al mio impegno di starle ancora vicino, ma forse di piu’per i miei occhi lucidi ed i miei occhiali appannati, convenne nell’accordo di rinviare di trenta giorni eventuali decisioni sulle possibili cose da fare, compreso il necessario e doveroso obbligo, da  parte mia, di informare la famiglia. Ci lasciammo con un cordiale e sicuro arrivederci rinnovando l’impegno di risentirci entro un mese.

Il tempo passava ma anche le mie notti diventavano sempre piu’ insonni: spesso farfugliavo  ed al mattino mia moglie mi chiedeva la ragione del mio comportamento. Ero certamente  preoccupato per aver  ceduto alla richiesta di soprassedere ad informare dei fatti I genitori ed il diavolo, da qualche giorno, ci metteva la coda maledetta per aumentare la mia tensione. I genitori di Gina mi salutarono nel corso di un incontro Scuola-famiglia e parlammo di tutto: del professore che faceva molte assenze, del prossimo viaggio d’istruzione a Parigi o Barcellona, dell’uso del computer a Scuola ed a casa ed anche dell’andamento didattico della classe. Glissai la risposta sul comportamento della figlia preavvisandoli che, a fine quadrimestre, sarebbero stati programmati consigli di classe aperti per discutere con i genitori sull’andamento didattico e disciplinare di ogni alunno. I genitori di Gina, come spero tutti gli altri, lasciarono le sale degli incontri senza alcun motivo di  turbamento.

I trenta giorni erano appena trascorsi e la Gina risultava assente a Scuola. Alla mia mente si aprivano scenari inenarrabili, ipotesi sconclusionate su cio’ che stava facendo Gina ed attribuivo le eventuali ricadute negative alla scelta di non aver informato in tempo la famiglia di Gina su quanto ero a conoscenza.  Un bel giorno, pero’,  l’alunna si presento’ a scuola col Papa’ che le giustifico’ una settimana di assenza per motivi di salute. L’incontro fu fugace e cordiale col genitore. Gina non manco’ di farsi vedere in presidenza lo stesso giorno appena in tempo per evitare  che prendessi la decisione di convocare i genitori per un colloquio informativo sull’andamento scolastico della figlia.

Gina mi chiese di soprassedere di pochi giorni alla convocazione dei familiari e di farla in occasione della consegna delle pagelle del primo quadrimestre. Forse per i positivi voti, la reazione dei genitori sarebbe stata piu’ blanda. E cosi’ fu fatto. Decisi di incontrare genitori e figlia in presidenza, lontano da orecchi ed occhi indiscreti. Prima di giungere al nodo della questione, per non sapere come iniziare, giravo alla larga del problema ma quando pervenni al punto di dire cio’ che sapevo della loro figlia, del patto che con lei avevo fatto prima di concordare luogo e data dell’incontro,  la madre, guardando Preside e figlia con occhi torvi e penetranti, scoppio’ in lacrime: il padre se la prese con il Preside usando a proposito ed a sproposito paroloni giuridici che niente avevano a che fare con il delicato percorso di formazione umana che non si basava solo su obblighi ed imposizioni ma anche, e soprattutto, su scelte da far condividere ed accettare ad persone sempre procedono sulla strada della ragione e della consaspevolezza. Non capiva insomma, quel sapiente genitore, che la figlia aveva compreso, forse piu’ di tutti noi, il proprio problema e si sforzava di risolverlo nell’interno di se stessa con l’aiuto delle persone che le stavano vicino, che dimostravano disponibilita’ all’ascolto, alla protezione.  Proprio una di queste persone le aveva fatto sentire la necessita’ di informare i genitori e, se non si fosse convinta di cio’, la reazione dei genitori ’avrebbe allontanata per sempre dalla giusta via e qualcun’altro l’avrebbe calmata con una dose di eroina che lei ormai sapeva dove trovare con facilita’.

I genitori, dopo la sfuriata, si ricomposero, forse pensarono alle parole della figlia che abbracciarono e strinsero con affetto. Io non ho mai avuto modo di incontrarli dopo;  non mi importo’ allora ne’ m’importa oggi se abbiano fatto qualche considerazione positiva o negativa nei riguardi di un Preside che i suoi stessi  docenti ritenevano stesse sempre piu’ dalla parte  degli studenti che dalla loro.

A me e’ bastato che Gina, ora madre felice di due vivaci bimbetti e da qualche anno docente nella Scuola pubblica,  come  lo fui io  tanti anni fa , abbia riconosciuto il suo Preside mentre  ai suoi nipotini comprava il gelato che i piccoli liberamente, ma gia consapevolmente, sceglievano secondo i loro gusti e le loro conoscenze. Mi ricordava, la Gina, con affetto sincero. Un po’ distanti stavano i suoi genitori che io salutai solo da lontano. Ero attento a quanto facevano i figli di mia figlia. Per la loro  figlia io avevo fatto quello che dovevo fare e cio’ che il cuore mi diceva di fare

1 comment to Il PRESIDE e la GINA

  • tony tundo

    Caro Preside, conoscendola molto bene, so per certo con quante Gine, con quanti adolescenti inquieti e con quanti padri aggressivi lei abbia dovuto confrontarsi. Il nostro, di “insegnanti”, è il mestiere più bello del mondo se la forza della passione ci sorregge: è stato così per lei, è stato così per me. Per avere un buon bagaglio di ricordi “dopo”, per invecchiare confortati dalla certezza di aver lasciato dei “segni”. Il suo di dirigente è stato, per certi versi, più complesso perché ha dovuto applicare norme farraginose, far quadrare bilanci, coniugare due mondi, a parer mio, inconciliabili: quello della creatività e quello dei “numeri”. Io non avrei mai potuto farlo, mi sarei sentita “una barca nel bosco”.

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