Il telefono azzurro

Alcuni anni fa, l’allora Ministro della P.I., in conseguenza di taluni fatti di cronaca che avevano visto i minori sottoposti a inaudite violenze da parte degli adulti, indisse, nelle scuole medie, una campagna promozionale per far conoscere ai giovani il “Telefono Azzurro”. Si trattava, in poche parole, di dare a tutti, attraverso un numero verde, la possibilità di rivolgersi alle auotorità per denunciare ingiustificate violenze che i giovani subivano.
L’invito del Ministero fu accolto da tutte le scuole italiane e ciascuna, nelle forme ritenute più idonee e valide, si adoperò per rendere fruibile l’iniziativa. Anche la scuola da me diretta in quel tempo, già molto sensibile al problema tanto da avere in atto particolari progetti per i così detti “ragazzi a rischio”, prese a cuore la l’iniziativa adottando i provvedimenti che ritenne validi alle necessità ambientali. Nonostante le numerose attività extracurriculari pomeridiane, molti minori nei pomeriggi erano abbandonati a se stessi e restavano il balia della strada. Il rischio, per questi, era veramente alto stante la mancanza nel paese di sufficienti ed adeguate strutture adatte al controllo dei ragazzi.
Erano trascorsi già alcuni giorni dalla diffusione dell’iniziativa, avvenuta in occasione di una dei consueti incontri tra scuola e famiglia, che già perveniva qualche segnalazione. Si trattava però solo di falsi allarmi e di qualche incidente di scarsa pericolosità che dopo le “adeguate indagini” non aveva dato motivi di preoccupazione. Solo un caso era rimasto sotto osservazione: in una terza classe un maschietto si presentava a scuola coperto di lividi ed i compagni, in massa, come al solito, avevano sentenziato che i lividi erano causati dal papà dell’alunno, militare sempre in divisa, e molto severo verso i figli. Anche un ragazzino della prima classe, fratello  dell’alunno in questione,  interrogato con la opportuna discrezionalità, aveva confermato che il papà spesso sgridava Michele (chiamiamo così l’alunno in questione) e gli metteva anche “lo spirito” sulle ferite per farlo piangere. Il Consiglio di classe di classe continuava a raccogliere informazioni sul caso: aveva ascoltato il Parroco, insegnante di religione della classe ed anche un Assistente sociale del comune. Ambedue avevano fornito ampie assicurazioni sul corretto comportamento dei genitori.
Una telefonata, però, era già partita ed al Preside fu chiesto, da chi di dovere,  di relazionare con cortese sollecitudine, sul caso Michele. Qualcuno non aveva perso tempo per mettere alla prova Telefono azzurro. Per fortuna, la scuola ebbe modo di rispondere, con immediatezza, alla richiesta delle autorità fornendo i dati relativi alla questione e comunicando la data, già fissata, per la riunione di un secondo consiglio di classe convocato espressamente per discutere il caso. Si invitarono alla riunione eventuali rappresentanti dell’organo di tutela dei minori che già avevano fatto una visitina a scuola per avere maggiori informazioni sui fatti.
Il Consiglio di classe appurò ufficialmente e senza ombra di dubbio, che la famiglia non aveva alcuna responsabilità sui lividi ostentati da Michele in quanto gli stessi erano causati dalle cadute e dagli scontri durante le partite di calcio che due squadrette improvvisavano tutti i pomeriggi in uno spazio libero del paese. Il papà dell’alunno, al rientro dal lavoro, constatava le ammaccature del ragazzo e le disinfettava con alcol denaturato. Durante i trascorsi incontri collegiali solo la docente di lettere, una signora prossima alla pensione, aveva timidamente fatto presente, evidentemente senza essere ascoltata, che  aveva visto Michele giocare spesso a pallone nel campetto di fronte alla propria abitazione e le cadute ed i ruzzoloni suoi e dei suoi non si potevano contare nel corso di ogni pomeriggio.
Tutto l’equivoco era nato dal fatto che l’alunno, abbastanza studioso e diligente in classe, era bravissimo anche quando aveva un pallone tra i piedi. Per questo era ricercato dai compagni della prpria squadra ma, durante le partite, era ostacolato duramente e spesso messo a terra dagli avversari che avevano paura delle sue incursioni in area di rigore. Il papà era al corrente di queste qualità sportive del figlio ma, nel vederlo alquanto acciaccato dopo le partite provvedeva, dopo la solita ramanzina, alla medicazione casalinga delle ammaccature e delle escoriazioni con l’alcol denaturato che tanti lamenti provocava a Michele e che il fratellino interpretava come conseguenza di una punizione paterna.
Come le altre pegine di vita scolastica vissuta, anche questa intende mettere in evidenza la delicata e difficile arte dell’educare e come a volte, si possa incorrere, con le migliori intenzioni del mondo, nel creare situazioni pericolose e nocive al processo formativo . La soluzione non sempre sta dietro la porta e  può essere a volte travisata per il concorso di improvvisati “esperti”.

Leave a Reply

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>