Bulli a scuola

Un nuovo anno scolastico era iniziato e, come nel passato, per la formazione delle classi, si adottava la procedura del “sorteggio ragionato”. Si era considerato prioritariamente il numero complessivo degli alunni in ingresso, poi quello relativo ad ogni indirizzo ed infine quello risultante per ogni classe in base alle opzioni linguistiche espresse al momento delle iscrizioni. Successivamente era stato preso in considerazione il profitto finale degli alunni, come risultava dalla documentazione trasmessa dalle scuole di provenienza, per la definitiva distribuzione degli stessi in classi equilibrate in relazione al numero, sesso, indirizzi richiesti e profitto.

Ogni anno era questo un lavoro delicato e preliminare ma necessario, sia per motivi prettamente ordinativi e per motivazioni didattiche, ma anche perché richiesto a gran voce dai genitori i quali, come sempre, anelavano, almeno così sembrava, nell’inserimento del proprio figlio/a nella sezione prescelta per avere l’istruzione migliore. Ciò, a volte, era giustificato dai motivi più disparati: si trattava dello stare insieme con l’ amichetto vicino di casa o viceversa; di non stare nella classe di un certo docente ritenuto severo o di rincorrere il docente “paesano” , quello ritenuto più buono, e via dicendo. In caso di inaccoglimento delle richieste era pronta la minaccia di abbandonare l’istituto per un altro più disponibile.

Il sorteggio pubblico, negli anni precedenti, a parte qualche sommesso mugugno, era sempre stato ben accolto da tutti per la trasparenza delle scelte applicate e perchè gli elenchi erano immediatamente esposti all’albo con annessa la firma dei genitori presenti ai quali però, era stato possibile richiedere pubblicamente che due o tre alunni, per continuità di diverso tipo, frequentassero la stessa classe. Queste richieste, fatti salvi evidenti motivi ostativi, venivano raggruppate e così assegnate, sempre per sorteggio, ad una classe. In questo modo non si dividevano i vicini di casa, gli alunni provenienti dalla stessa classe o dallo stesso paese e si creavano meno disagi alle famiglie.

Ma purtroppo, secondo un nostro detto popolare “il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi”. Avvenne infatti, che a due anni dall’applicazione di quanto detto sopra, nel corso delle periodiche riunioni dei consigli di classe, iniziò ad emergere che in alcune prime e molte seconde, i docenti riscontravano il verificarsi di atti di bullismo e di angherie di certi alunni verso altri. A volte si trattava della gomma da masticare appiccicata tra i capelli, altre volte dal fiorire di soprannomi offensivi nei riguardi di compagni o compagne di classe, di emarginazione in occasione di giochi collettivi o di lavori di gruppo, altre volte di scherzi tanto pesanti da provocare reazioni violente dei malcapitati. Ogni momento in cui non si sentivano sorvegliati, era buono, per alcuni , di sfottere gli altri, di farli infuriare e quando un docente si accorgeva di qualcosa che non andava per il verso giusto, la maggioranza della classe si dava da fare per far cadere la colpa sui più deboli ed isolati. Questi fatti, frenati e controllati in classe, continuavano, però, oltre le mura dell’istituto e spesso, la sera, si verificavano scorrerie da un paese all’altro per continuare le vessazioni della mattina a danno di questo o quell’altro compagno. Anche le famiglie erano al corrente di tale situazione ed era un lamento continuo ed una sollecitazione affinchè la scuola si facesse sentire con la “dovutà” fermezza. Ma per “condannare” bisognava istruire un vero e proprio processo, con diverse riunioni, con testimoni pro e contro e via dicendo. Si spendevano energie enormi ma quasi mai le “sentenze” erano accolte con l’approvazione di tutti.

Finalmente, nel corso di un’animata assemblea con i genitori degli alunni coinvolti in episodi di bullismo, emerse un’osservazione che, pur se espressa con poca convinzione, finì, di lì a qualche tempo, col rivelare tutta la sua importanza in relazione al problema. Si disse che gli alunni di un certo paese se la prendevano con quell’uno o due provenienti da paesi diversi, così come come quelli di un rione o quelli provenienti dalla stessa sezione di scuola media erano usi confrontarsi con gli altri provenienti da altre sezioni. Le minoranze, insomma, erano in ogni situazione, messe alla berlina o angariate ad ogni momento. Scendendo ad esaminare più a fondo l’origine del problema, i consigli di classe si accorsero che i gruppi più indisciplinati o, diciamo “più violenti”, (anche se il termine non è adatto a giovani di 15-16 anni) erano formati da coloro che, al momento dell’iscrizione avevano chiesto, o si erano trovati a stare nella stessa classe e che, sin dai primi giorni di lezione, si erano sentiti uniti e forti a discapito di coloro che, pur se più numerosi, erano sparigliati perchè provenienti da scuole e luoghi diversi.

Ci si accorse, infine, che certo “bullismo” era creato e alimentato da alcune decisioni dell’istituto e che andavano modificate al più presto perchè risultò evidente che una perfetta accoglienza doveva mirare non a confermare i gruppi e le loro diversità quanto, invece, a facilitare l’inserimento, la reciproca conoscenza e convivenza nello stesso ambiente sociale di gruppi diversi fino a farli sentire fraternamente uguali nei diritti e nei doveri.

L’istituto tornò ben presto ad essere quello che sempre era stato e ciò che ogni istituzione scolastica di questa nostra Italia dovrebbe continuare ad essere: scuola dell’inclusione e non scuola dell’esclusione.

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