La riforma Moratti alla ricerca dell’anima

A cinque anni dalla presentazione del progetto di riforma Berlinguer, nel febbraio del 2002 il Ministro Moratti ci riprova con un’altra riforma. Ma anche questa, ahimè, alle buone intenzioni, non riesce a far seguire i fatti. Appena pubblicato il testo della riforma (1° febb.2002), anch’io mi permisi di dire la mia pubblicandola su: “Scuola e Amministrazione”, N7, marzo 2002, pgg.120-122. Sia con Berlinguer che con Moratti ho anticipato lo scarso credito che le riforme, proposte da realtà fuori dalla scuola, avrebbero avuto negli ambienti della scuola militante. Si rafforzava, così, la mia decisa convinzione che la scuola non è solo strutture, ingegneria organizzativa, populistico fare e disfare, andare a sinistra o a destra, promuovere o bocciare da affidare a burocrati esterni, ma è soprattutto capacità di dare alla società i migliori uomini possibili, istruiti a discernere il giusto dall’utile, i valori comuni da quelli individuali per lo sviluppo ed il progresso economico, sociale e morale. Questo è possibile solo scegliendo non tanto professori bravi ma persone che siano anche “MAESTRI VERI”, ascoltati dagli alunni e visti come esempi di vita e di comportamento.

Ecco il testo integrale dell’articolo

La riforma del sistema formativo italiano di qualche anno sta dando del filo da torcere a tutti i governi che, nel frattempo, si sono succeduti. Il problema è venuto prepotentemente alla ribalta quando ci si è convinti, finalmente, che la scuola non solo è il luogo naturale per la trasmissione del sapere e dei valori fondanti della società, ma è anche il motore principale dello sviluppo e del progresso economico e sociale.

Passato, perciò, il morboso interesse che per la scuola alcune forze politiche avevano avuto ai fini della gestione di un settore della pubblica amministrazione a grande incidenza clientelare, venuto meno il primato ideologico di certa sinistra che aveva presunto di sentirsi autorizzata a definire il sistema educativo come “improduttivo”, ecco, che, all’inizio degli anni 90, la musica cambia e, con ritmo sempre più concitato e pressante, le nuove esigenze reclamano una scuola più moderna e più viva.

I partiti politici ed i gruppi di potere, da autentici Machiavelli di turno, capiscono subito che dalla fortuna avevano avuto l’occasione “la quale dette loro materia a potere introdurvi dentro quella forma parse loro: e senza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e senza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano”. ( Machiavelli, Il principe, cap. VI ) . In altre parole o avrebbero fatto la riforma del sistema scolastico dimostrando la loro virtù oppure avrebbero perso la faccia e la poltrona. Ecco quindi l’impegno dei governi in carica a prendere il treno in corsa per assumersi i meriti di averlo portato al capolinea.

La riforma della scuola, pertanto, è stata affidata a personalità di indubbio valore intellettuale e morale ma, ahimè, fino ad ora, i risultati sono stati deludenti. Lo sforzo e l’impegno di Berlinguer di introdurre nuovi ordinamenti sono stati vanificati da nemici esterni ed interni allo schieramento politico del quale il ministro faceva parte. Se l’opposizione esterna era nella logica delle cose, nonostante la concessione di misure e accorgimenti miranti ad ammansirla conservandole vecchi privilegi, quella interna fu alquanto più intransigente bloccando sul nascere, con la forza demagogica del sindacalismo scolastico massimalista, ogni tentativo di innovazione che pure, tra le nebbie di un progetto “bello ma senz’anima”, poteva fare strada e risolvere alcuni annosi problemi.

Il progetto Berlinguer, in ogni caso, era nato monco; si era interessato un po’ troppo di segmenti scolastici che ben potevano andare avanti qualche altro anno senza gli scombussolamenti proposti e aveva tralasciato il settore degli studi secondari, che più di tutti aveva bisogno di innovazioni; aveva affrontato male i problemi della funzione docente ritenendo, con provvedimenti legislativi di dubbia efficacia, di poter distinguere gli operatori più qualificati dai meno bravi e meno impegnati e aveva lasciato nel mondo iperuranio il problema dei contenuti da insegnare ai giovani; non aveva detto perché, per chi e per che cosa esisteva o doveva continuare ad esistere la scuola. Non aveva dato al progetto un’anima che si facesse sentire, che facesse sperare bene, che desse coraggio e forza di combattere ai tiepidi difensori che da anni auspicavano un cambiamento e ritenevano che un nuovo ordine avrebbe apportato qualcosa di buono.

In questi mesi il ministro Moratti, con gli stessi fini e con lo stesso stile del collega che lo aveva preceduto sul colle della Minerva, sta riprovando a riformare il sistema educativo italiano. La commissione Bertagna, gli stati generali, la riforma presentata il primo febbraio al Consiglio dei ministri e altri provvedimenti “in pectore” mi sembrano una ripetizione del copione berlingueriano. Va alla ricerca di un progetto che accontenti tutti e di un alibi per fare ciò che la maggioranza di governo vuole; dice che si vogliono sistemare gli ordinamenti scolastici (per ridurre la spesa), come sono da reclutare i docenti (per risparmiare); pensa cosa deve fare della scuola per metterla in sintonia con l’Europa (dell’istruzione e del mercato) ma l’organizzazione e la gestione del fatto educativo sono impostate secondo schemi economici e sembrano, al primo impatto, avere un’anima esclusivamente aziendalistica. Non si sofferma quasi per niente in considerazioni relative alla poliedricità complessa delle qualità propriamente umane (libertà, eticità, sentimento, amore, solidarietà, ecc) che pure entrano nel processo di crescita dei giovani.

Le nuove generazioni, nel progetto Moratti, sembrano educabili solamente nell’ottica della cultura della globalizzazione del mercato e scarsi od opachi sono i riferimenti alla libertà di pensiero che la scuola dovrebbe garantire a giovani e docenti. Mancano riferimenti a valori od orizzonti o stili di vita che non siano legati al profitto ma che pure sono indispensabili in una società come quella in cui viviamo.

 

Il discorso sulle autonomie delle istituzioni scolastiche, che debbono resistere quotidianamente ia tentativi di sopraffazione da parte di altre autonomie consolidate (in primis lo stesso Stato e gli stessi Enti locali), sembra limitarsi ai rapporti tra Stato e Regione. Non importa che gli apparati burocratici del vecchio sistema siano restii a lasciare ciò che a loro dà potere e prestigio o a cedere agli istituti scolastici quello che arreca fatica e responsabilità. Eppure l’autonomia delle istituzini scolastiche, sbandierata da tutti in ogni occasione come il rimedio più efficace per il rinnovamento della scuola, dorme.

Sarei un bugiardo, però, se non dicessi che in tanto ambiente “aziendalistico” non rinvenissi raggi di “umanesimo” che potrebbero, se compresi e impiegati nella giusta misura ,dare una dimensione e un’anima diversa al progetto Moratti.

Mi sembra, innanzi tutto, che la rivalutazione del comportamento, come indicato nella proposta Bertagna, non sia cosa di poco conto. L’assiduità alle lezioni, la serietà nello studio e il rispetto dei regolamenti della comunità scolastica, immagine di alunni corretti e resonsabili, non è forse giusto che vengano adeguatamente valutati? Se l’apprezzamento del comportamento è finalizzato a soffocare ogni libertà del pensare e del fare degli allievi e mira all’omologazione delle coscienze, allora non siamo d’accordo. L’attuazione della norma va interpretata in chiave positiva ed è rimessa alla sapienza e professionalità di docenti responsabili e capaci e non all’ignoranza di mestieranti per i quali il sonno delle coscienze e l’immobilità in ogni senso sono i soli fatti valutabili positivamente negli ambienti scolastici.

E ancora. Un maggior rigore delle procedure per il recupero dei debiti scolastici era nell’aria e ben ha fatto il progetto a parlarne. I giovani vanno educati allo studio, all’impegno, al lavoro e non debbono assolutamente credere che un o due debiti debbano perennemente rimanere tali. “Chi non li onora va in protesto”. Benissimo un valore economico trasferito nella scuola. Ma attenzione a non rovinare per sempre un giovane negandogli il diritto al riscatto e alla riparazione, reintroducendo nelle valutazioni scolastiche l’usanza che il veto di un docente sia sufficiente per il non passaggio alla classe successiva. Far riconoscere ai giovani il valore dei diritti e dei doveri è un’anima positiva, ma anche quest’anima passa attraverso la sensibilità umana e la professionalità docente che meritano, anche a tal proposito, quella rivalutazione e e quel riconoscimento il progetto sembra voler loro dare.

Andando avanti nella ricerca dell’anima della riforma Moratti, si può dire che gli esami di stato con tutti i docenti della classe varranno forse a ridare maggiore serenità e valutazioni più rispettuse dei curricula dei singoli alunni e ad evitare sprechi di denaro e inutili pompe. C’è però il problema degli esami nelle scuole i cui docenti sono direttamente pagati dagli alunni (leggi scuole private): va studiato a breve termine un meccanismo per evitare che le valutazioni finali di queste risultino solo di facciata e inattendibili, con danno notevole per i veramente capaci e meritevoli (delle scuole pubbliche).

L’impegno per la riduzione del precariato è stato chiaro ed ha dato risultati immediati. Il sottobosco sindacale continua ad agitarsi, ma un organico stabile e meno “ballerino” è la prima garanzia per una scuola che progetta e produce. Quest’anima punta all’efficienza della scuolae chi vi opera dall’interno sa che non è cosa di poco conto.

L’ultima considerazione: la questione dell’orario di lezione e la ripartizione dei curriculi. Finalmente si è capito che 36 o 40 ore settimanali di lezione sono troppe per gli alunni e sono esempio di ipocrisia e di imbroglio quando diventano di 50 minuti. Meglio ridurre tutto ai tempi realmente fruibili introducendo un orario scolastico obbligatorio, uno opzionale e uno elettivo. Una unità scolastica autonoma, come vuole la legge, individuerà come punto di forza del suo POF l’opportunità di un servizio che, a completamento dei curriculi nazionali, soddisfi quegli ambiti del sapere o del saper fare che la personalità di ogni alunno richiede; è quello che si dice da sempre: una scuola di tutti e per ciascuno. Le connesse questionoi dei docenti, delle cattedre,degli organici non saranno insolubili, soprattutto alla fine della conservazione dei posti di lavoro; non si può pretendere, però, di cambiare la scuola lasciando ogni cosa coma sta.

Giulio Cesare Viva, 4 dic.2011

 



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