I miei primi maestri

I PRIMI”MAESTRI”

Attendevo il nipotino all’uscita dalla scuola elementare frequentata per riaccompagnarlo a casa ed osservavo, nel frattempo, quanti, al pari di me, erano lì ad attendere gli altri bambini. Riflettevo sul fatto che, ad espletare il gradito e piacevole incarico, fossero, per lo più, attempate persone e solo pochi erano i giovani papà o le giovani mamme. Di colpo mi ritrovai a pensare anche ai miei tempi di scolaretto: ricordai tante e tante cose ma, per quanti sforzi facessi, non ricordavo che qualcuno fosse mai venuto a prendermi all’uscita dalla scuola elementare: non i nonni, per essere tutti già passati a “miglior vita”, nè il papà che, rientrato da poco in paese dopo aver precipitosamente lasciato, insieme a tanti altri, il posto di lavoro presso il Ministero della guerra a Roma all’annuncio dell’armistizio firmato con gli alleati l’8 settembre del 1943 o la mamma, con altri due fratellini da accudire,che non aveva certo, come tutte le mamme di allora, tempo da perdere in altri impegni.

Di pensiero in pensiero mi trovai ancora a riflettere sull’abbigliamento dei bambini, che già uscivano di corsa, vocianti e sparpagliati, e subito consegnavano i pesanti zaini a chi li attendeva per accompagnarli alla

macchina parcheggiata poco lontano dall’uscita. Ai miei tempi avevamo, quasi tutti, solo un quaderno a righi, uno a quadretti ed il libro di lettura. Dico “quasi tutti” perché, alcune famiglie, non avevano i soldi per comprare il libro. Ricordo, altresì, l’orgoglio e la gioia di ciascuno per il possesso del nuovo pennino a forma di torre Eiffel; era famoso per la robustezza e perché consentiva quella scrittura chiara e senza le sbavature causata dall’inchiostro scadente e sporco col quale la Luisa, l’unica bidella di tutto l’edificio, qualche volta riempiva i calamai di vetro incassati negli appositi fori dei banchi. La bella calligrafia, a quei tempi, era tenuta in grande ed altissima considerazione e le penne biro erano di là a venire, i colori erano costosi e le cartelle che si vedevano in giro, erano di cartone. Di libri stampati a colori ancora non se ne parlava e così via.

Anche i maestri e le maestre di allora erano di altra “pasta” ed usavano metodi e strumenti, per fortuna oggi ormai in disuso, per guidare e correggere gli alunni durante il processo di apprendimento. Il ricorso alle punizioni corporali era frequente ed accettato da tutti per le convinzioni del tempo che erano di ammirazione per le maestre o i maestri forti, severi e maneschi. Per quanto si riferiva agli alunni, per avere classi senza problemi, i “disabili” erano tenuti, quasi sempre, fuori da ogni percorso educativo ed i “mancini” erano considerati ” figli del diavolo” perché usavano la sinistra per scrivere, mangiare, salutare ed altro. Le bocciature erano nella norma e molti, fermati alla seconda elementare erano mandati a frequentare, per poche lire, le botteghe artigiane e finivano così il loro ciclo di istruzione scolastica. I genitori scegliavano allora con cura il “maestro artigiano” che prendeva in carico il ragazzo sino a quando non avesse appreso appieno il mestiere.

A parte queste considerazioni generiche sui metodi di insegnamento nell’immediato secondo dopo guerra, in quei pochi minuti di attesa del nipotino, mi venne da pensare anche a coloro che erano stati i miei primi “maestri di scuola”. In prima elementare (anno ’45-46) ebbi un tipo alto, magrissimo e messo subito a fare l’insegnante forse proprio a causa del malandato stato di salute conseguente alla lunga prigionia. La guerra lo aveva risparmiato ma, purtroppo, nei suoi comportamenti, nonostante gli acciacchi evidenti, continuava a sentirsi l’ufficiale di fanteria forte e vigoroso e noi eravamo i piccoli soldati: guai a discutere i suoi ordini, guai ad uscire o entrare in aula senza essere in riga per due. Ogni errore era punito con un prestabilito numero di colpi di riga sulle mani o sul sedere; per il resto non ricordo una particolare lezione, un consiglio, un rimprovero. Mi sovviene, però, l’ossequio che riceveva dai nostri genitori che lo ritenevano, certamente, e forse a buona ragione, un persona degna di rispetto per il suo passato da militare. Venne meno nel corso dell’estate.

In seconda elementare, fu la volta di un nuovo maestro, meno violento ma molto più cattivo e insofferente del precedente. Anche questo era stato un soldato, era stato alla guerra, ma nel trattare gli alunni non mostrava quel distacco autorevole del primo nell’infliggere le punizioni; forse eravamo più grandicelli, non accettavamo in silenzio i colpi di riga o gli schiaffoni che non ritenevamo come la naturale conseguenza dei nostri piccoli errori. Piangevamo, ma spesso fingevamo di piangere, questo lo ricordo benissimo, e a casa ci lamentavamo con i nostri genitori, tanto che alcuni, mio padre compreso, sentirono la necessità di venire a scuola per sentire come andavano le cose. Di questo secondo anno ricordo la bellissima e nuovissima bicicletta del maestro che, ogni giorno, era portata di peso al primo piano e poi, in classe, era affidata alle cure dell’alunno “attendente” che per tutto il giorno non doveva fare altro che ripulirla da ogni traccia di fango o di polvere. Noi, invece, eravamo presi a colpi di riga per un pagina di dettato con errori, per i numeri scritti male ed altre impertinenze; l’attendente era punito per un cerchione non lucidato bene. Due di noi, poi, erano nominati, a turno, “caporali di giornata” con il compito di segnare ogni giorno, sulla lavagna, i buoni ed i cattivi; a questi il maestro assegnava il premio o il castigo spettante. La classe aveva più paura dei caporali che dello stesso maestro.

Continuai ad andare ancora indietro con le reminiscenze, per ricordare qualche particolare accaduto in terza e in quarta elementare. Per quanto mi sforzassi, alla mia mente non tornò niente, proprio niente; né maestri o maestre né fatti o avvenimenti di quei due anni. La memoria sembrò come se fosse improvvisamente venuta meno ed il filo dei ricordi si fosse spezzato.Pensai che ora, da adulto,

avrei potuto cercare negli archivi o nei documenti del tempo per sapere qualcosa di più di quei due anni; avrei trovato ciò che ora non trovavo nella mia memoria e indagato, poi, sul perché alcuni fatti del passato non erano ricordati al pari degli altri. Mi convinsi ad avere interesse, allora, solo di andare alla ricerca di me stesso e di quello che era rimasto in me di quegli anni e basta.

Con questo intento il filo della memoria, saltando il terzo ed il quarto anno, mi portò in quinta elementare, quando ero più grandicello, più inquieto e impertinente, ma anche più attento e curioso di sapere le cose.

Portava le scarpe di cuoio bucate, i pantaloni corti e rattoppati, le maglie di lana grezza fatte a mano da qualche vecchietta del paese ed il Natale era senza luminarie e senza botti.Io ed i miei compagni osservavamo sempre, con curiosità e attenzione,i carrettieri che, con traini ed i birocci tirati da monumentali cavalli, la facevano ancora da padrone sulle vie sconnesse e ciottolose così come i caprai che, di primo mattino, portavano, per le vie del paese,il gregge intero per vendere alle famiglie il latte, munto all’istante, con fare svelto e rapido scorrere delle mani sui lunghi capezzoli delle bestiole che, chiamate per nome, si presentavano solerti al pastore per la mungitura. Le fontanelle pubbliche dell’acquedotto pugliese erano un altro oggetto dei nostri giochi mentre le prime penne biro o “pronte all’uso” (come le chiamavamo allora) erano il sogno impossibile di noi scolari come l’ipad lo è per quelli per di oggi. Le borse di fibra erano già in giro ed ora contenevano più quaderni ed anche il sussidiario pieno di tantissime notizie nuove e di figure colorate. Era la fine degli anni quaranta ma nel mio paese funzionava ancora il primo segnale della civiltà ecologica: il carro – botte per il trasporto dei rifiuti umani fuori del centro abitato. Comunque noi ragazzi delle elementari, insieme a quelli di scuola media, eravamo , allora, i padroni assoluti del quartiere, le pesti che disturbavano il sonno pomeridiano dei genitori e dei vicini di casa ma che trascorrevano tutto il tempo libero a portata di “voce” dei familiari.

Ma toniamo ai maestri. Il mio maestro della quinta era un omino basso e, come gli altri, anche lui reduce e combattente; ma di indole molto diversa da quella dei precedenti su ricordati; era più mite e buono anche se cercava di atteggiarsi ad uomo severo e rude. Era molto bravo, molto buono e si faceva capire da noi. Stavo per dirvi il nome ed il cognome – come è strana questa memoria che va e viene – ma ne evito l’individuazione storica perché il mio intendimento è quello di raccontarvi solo il mio sentire le cose e non altro e il maestro in questione, potrebbe aver lasciato, ai miei compagni, ricordi diversi. Da parte mia in classe lo ascoltavo sempre con attenzione e lo seguivo anche quando usava la lunga canna d’india per richiamere gli altri. Canna mai usata per colpire ma solo per sollecitare l’attenzione con tocchi delicati e

senza fare del male. Ricordo, del suo insegnamento, le lezioni di geografia, di storia, le esercitazioni di grammatica e di aritmetica, i nostri compiti corretti con la matita rossa e blu e le canzoncine spassose e allegre che ci faceva intonare e cantare nelle lunghe passeggiate per scolastiche. Ma ciò che lo fece diventare il nostro eroe, fu la fiera e decisa difesa di alcuni di noi dal pericolo di essere bruscamente menati da una erculea donna che, di colpo, era piombata in aula per prenderci a schiaffoni perché avevamo orinato vicino alla porta della sua abitazione. Ora mi pare curioso rivederlo, con la memoria, con quanto coraggio lui, di statura molto bassa, si muovesse tra i seni enormi della donnona, per strapparle di mano il bastone col quale intendeva picchiare i colpevoli. AI termine della colluttazione, la ramanzina del docente fu di rito ed il modo con cui ci chiarì la scostumatezza di quanto avevamo fatto ed fece breccia nel nostro animo. Ciò che rimase indelebile in ciascuno di noi fu il ricordo del maestro che, se pure ci aveva tanto rimproverato, aveva rischiato qualche bastonata in testa per difendendoci dalla una pazza scatenata.Lo sentimmo,insomma,colui che sarebbe stato sempre vicino e dalla nostra parte e col quale saremmo andati volentieri in… guerra. Di certo non avremmo seguito contro il nemico i suoi precedenti colleghi che pure delle loro imprese belliche avevano riempito le nostre testoline.

Tornavamo da lui,negli anni successivi, da alunni della scuola media, per raccontargli i fatti ed i misfatti della nostra vita di studenti e da grandi cercavamo ancora la sua compagnia per avere consigli. Un filo di lana, sottile ma saldo, per tanti, tanti anni, ci ha tenuti al piccolo, grande “MAESTRO”.

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