La nuova scuola del ’63

La nuova scuola del ’63
Il 1963 segna, per la scuola pubblica italiana, una tappa epocale: la scuola media unica viene istituita con legge del dicembre 1962 in ogni comune per rendere fruibile quella istruzione obbligatoria che, già proclamata sin dal momento dell’unità d’Italia dalla legge “Casati”, era rimasta nelle intenzioni dei vari governi senza realizzazione alcuna. Nel 1963 anche il più sperduto borgo italiano ha la sua scuola media per accogliere tutti i ragazzi dopo il completamento del ciclo elementare.
Nei primi anni, però, le scuole medie di più antica istituzione, continuarono ad accogliere, dal loro abituale bacino di utenza, gli alunni provenienti dalle famiglie benestanti e della media e piccola borghesia cittadina; le nuove scuole accolsero l’utenza delle famiglie che smisero, da un giorno all’altro, di ritenere i campi, l’allevamento del bestiame o le botteghe artigiane gli unici luoghi idonei per la formazione umana dei propri figli. Per queste famiglie la nuova scuola era simbolo di emancipazione sociale e di progresso. Anche i vecchi del paese apprezzavano il nuovo e non dicevano più: “tanti figli tante provvidenze”, riferendosi alla necessità del lavoro per il benessere della famiglia, ma dicevano invece che bisognava saper scrivere per “avere la pensione”, comprendendo la indispensabilità di abilità diverse dalla pura e semplice manualità ai fini di una vita migliore.
La nuova scuola media unica fu istituita al momento giusto e accettata dalla gente come la pera matura che viene giù dall’albero. Se i tempi erano idonei perchè i cittadini ricevessero quanto necessario per un miglioramento sociale e culturale, il governo rimase spiazzato dalla immediata ed imprevista richiesta di nuove scuole. Le le sollecitazioni dei comuni lo spinsero a fare quanto stava scritto nella legge assicurarono subito i locali per gli alunni si iscrivevano in massa. Mancavano solo i docenti e fu gioco forza, per il Ministero della P.I. di allora, assumere, in via provvisoria, i giovani laureandi nelle materie che erano oggetto di insegnamento o i giovani con lauree affini. In ogni caso, per la nomina annuale, le autorità scolastiche non andarono per il sottile tanta era la necessità di reperire il personale docente necessario.
A causa di questa riforma, la teoria e la pratica dell’insegnamento, nella scuola dell’obbligo prima e nell’istruzione secondaria di 2° grado poi, ebbero un notevole scossone per l’emergere di impreviste necessità derivanti dalla composizione di gruppi scolastici diversi non selezionati che provenivano da ambienti agricoli e montani o piccoli paesi ancora lontani dal benessere industriale di quel periodo post bellico. Nelle scuole medie già esistenti e situate per lo più in grandi centri, rimasero i docenti del vecchio ginnasio e, per uno o due anni, le cose continuarono ad andare come sempre; nelle “scuolette” di nuova istituzione, le cose presero, da subito, un ‘altra piega. Il primo problema dei docenti di queste ultime sembrò essere quello di pensare cosa dire e cosa insegnare ed anche come dirlo ad alunni non selezionati attraverso l’esame di ammissione, come era avvenuto prima. Le scuole di città, da parte loro, incominciarono ad accogliere anche quell’utenza che fino all’anno prima era rimasta abbandonata a se stessa. Dopo qualche anno ricchi e poveri, nobili e proletari finirono col frequentare le stesse scuole nei luoghi di abituale dimora e l’istruzione obbligatoria diventò unica come era nelle intenzioni dei legisaltori.
Questa nuova scuola media da un anno all’altro, da scuola selettiva ed esclusiva, diventava democratica ed inclusiva in ottemperanza al dettato costituzionale. Ciò avvenne, in massima parte, per l’impegno ed il ruolo determinante che gli studenti universitari o i laureati forniti di lauree affini ebbero nell’insegnamento che richiedeva applicazione di metodologie insolite per il raggiungimento di obbiettivi diversi ed in parte nuovi. Questi giovani ed inesperti ma volenterosi docenti, a volte incontrando Presidi bravi e convinti sostenitori dello sforzo che la Nazione stava compiendo, furono paternamente e sapientemente guidati nel loro impegno quotidiano; altre volte imbattendosi in Presidi “conservatori” (per dirla con un eufemismo) che non perdevano occasione per sparlare contro la riforma della scuola per la distruzione del vecchio e glorioso ginnasio, erano frenati, o peggio, condizionati nell’impegno e mortificati nell’entusiasmo. Al di là dei casi particolari, la gente si accorgeva che non era più necessario raggiungere le “blasonate” scuole della cittadina vicina per ricevere una buona istruzione ed ai giovani e improvvisati docenti, spesso fratelli maggiori dei propri alunni, tributava fiducia e apprezzamento al di sopra di ogni aspettativa. La pedagogia dell’accoglienza e della tolleranza erano vincenti a tutto campo ed anche gli umili prendevano così parte attiva alla formazione dell’Unione Europea che, nei nostri giorni, vede, all’orizzonte, le fosche nubi della recessione.
L’impatto con le scolaresche di quegli anni provocò, nei docenti sensibili e motivati, un salto di qualità sulla via di un completo riconoscimento e pieno sviluppo delle facoltà di ciascun individuo che andavano ricercate e valorizzate dalla quotidiana pratica didattica. I programmi, molto genericamente definiti, non erano più calibrati sulla classe, entità astratta e irriproducibile, ma sui singoli alunni in relazione agli interessi che dimostravano e alla loro reale esperienza. Quando il docente si impegnava in tale direzione anche le astrazioni temporali della cultura classica risultavano comprensibili e, perciò, valide.
Della scuola dell’obbligo si può dire che, dopo i vivaci contrasti dei primi anni, l’Italia ebbe, nel giro di un decennio, la completa unificazione dei metodi e dei contenuti e il fiorire di iniziative che andarono sempre avanti sulla strada del riconoscimento delle uguaglianze ( sì proprio uguaglianze al plurale) e l’apprezzamento della pari dignità per ogni cittadino. Insegnare in quegli anni significava, per noi giovani studenti, vivere una straordinaria stagione di rinnovamento e protagonismo culturale ed eravamo contenti e orgogliosi del nostro lavoro.

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