Ripartiamo da Barbiana

Nel febbraio del 1972 veniva pubblicato,  dalla Scuola di Barbiana, per i tipi della
Libreria Editrice Fiorentina di Firenze, “Lettera
ad una professoressa” .

 

Si trattava di un semplice opuscoletto contenente una
serie di osservazioni  e di constatazioni
 sul modo di fare scuola; è scritto a
“più mani” perché, come si dice in prefazione,
gli autori sono stati otto alunni della scuola di Barbiana  ma non è mancata la collaborazione di
compagni, amici, genitori, amministratori, giornalisti, personale docente,
parroci ed altri. Il libretto, ordinato per brevi e sintetici pensieri, è
esposto in forma molto chiara e comprensibile. Ciò, forse,  è stato la causa del suo successo che ha
contribuito, in maniera determinante , alla presa di coscienza delle problematiche  didattiche che stavano alla base della scuola
italiana rinnovata  nel 1963. (
[1])

 

Il libretto parte da una semplice constatazione: lo
studio è un diritto di tutti e la società
deve agevolarne la fruizione da parte di ciascuno  tenendo conto delle condizioni,  degli interessi, delle necessità delle
famiglie. Non era giusto che i ragazzi delle periferie, delle campagne, delle
classi sociali più umili e povere non avessero le opportunità di studiare e di
apprendere al pari degli altri. Certo, dicevano quelli di Barbiana, i bisogni
erano diversi da quelli dei figli delle classi più abbienti  che, per giunta, avevano un cultura a loro
vicina per spazio e tempo. Adoperavano, per esempio, una lingua corretta,
cristallizzata che usavano “per sfottere chi non parlava  come loro” (Lettera ad…, pag.19) e scrivevano bene
perché scrivevano come parlavano. Chi veniva dalla campagna parlava, e di
conseguenza scriveva come parlava,  con
la disapprovazione dei maestri  che
giudicavano “corretta” solo la loro lingua, appresa dai libri, senza tener
conto che, da sempre,  la lingua parlata
è stata la madre delle lingue scritte.

 

Queste verità ed altre che oggi sono acquisite e
scontate, il libretto le ha sbattute in faccia a chi di dovere e ha dato uno
scossone a proposito del modo di comprendere i problemi dei diversamente abili,
del primato, nella scuola pubblica,
della funzione formativa rispetto a quella selettiva e
meritocratica,  chiarendo come nella
pratica didattica, una scuola del solo sapere o una  scuola del solo fare siano improponibili  nella moderna società perché il  sapere ed
fare vanno sempre più  uniti  nel saper fare.

 

La scuola, dicono i giovani di Barbiana,  deve essere scuola dell’inclusione e non
dell’esclusione ma, insegnare le stesse cose a tutti, rende disuguali e se c’è
chi rimane indietro e chi va avanti,   la
scuola va attrezzata per vedere dove  chi è rimasto indietro è  in grado, in differenti percorsi, dare il
meglio delle sue capacità.
Tanto per banalizzare e rendere chiaro il
concetto, perché mettere un voto basso in educazione fisica a chi è gracile e
minuto ed un voto alto a chi si presenta più robusto e forte?  Il gracilino non sarà bravo nella
pallacanestro ma avrà certamente altre capacità: potrà essere  bravo negli scacchi, bravissimo nella musica,
straordinario nella pittura o presenta tendenze e affinità per altri settori
del sapere.

 

Negli anni avvenire la scuola, per rispondere alle
esigenze del progresso culturale della società, non potrà più essere fondata
solo sulla lettura e studio dei classici e la lingua da usare, non sarà più
tanto aderente alla sintassi e alla
grammatica ma sarà il risultato di vecchie e nuove necessità emergenti
sia dal rinnovamento  del linguaggio
quotidiano e  dei mezzi di comunicazione
moderni e la scienza pura non sarà più separata dalla tecnica e dalla
conseguenti applicazioni del fare. La scuola
dovrà essere sempre più pronta ad accogliere e sviluppare le
potenzialità di ciascun alunno senza lasciare alcuno indietro.

 

Se un docente d’italiano dovesse insistere nel far
ingerire solo e semplicemente regole ed eccezioni alle regole, renderebbe
difficile, e quindi incomprensibile, la lingua parlata che più che ingerita, va
digerita giorno dopo giorno per diventare viva, vitale ed espressiva. Se Dante,
Petrarca ed altri padri della lingua italiana avessero  insistito nello scrivere le loro opere in
latino, non avrebbero avuto quella comprensione che i posteri hanno loro
tributato ritenendoli padri di una nuova lingua che, se pur figlia diretta dal
latino, da questo era diventata diversamente
espressiva, bella ma soprattutto comprensibile a chi stava in alto e a
chi stava in basso, a chi navigava per l’alto pelago ed a chi si muoveva
costeggiando le sicure rive.

 

Se la scuola pubblica italiana  continua ad essere il luogo ove si apprende
solo il passato remoto e non anche conoscenza delle vicende recenti,  se
torna a bocciare senza indicare al giovane, in scienza e coscienza,  vie alternative per l’inserimento nella
società,  se l’economia arraffa tutto
riterrà di guidare anche il divenire dell’umanità,  se l’uomo continuerà a ritenere spregevoli le
attività pratiche e degne di rispetto quelle a carattere prettamente
culturale,  se i principi etici verranno
manipolati ad uso e consumo dei potenti di turno ma soprattutto se non sarà
messa in condizione  di investire sui
giovani, individuando prima ed esaltando poi le qualità di ognuno, sarà
intesa  come un fardello inutile e
immeritevole di fiducia e cancellabile dai pubblici impegni.  In una situazione del genere riprenderà  vigore la scuola privata,  quella delle caste, dei centri di potere
occulto o del potere finanziario  che
istruiranno i propri rampolli  rendendoli
capaci e pronti a continuare a conservare la prevalenza politica ed
economica  e ad ingolfare  con la “burocrazia altolocata e ingorda” la
vita sociale presente e futura.

 

Ma, per evitare tutto questo, occorrono docenti preparati
e motivati;  “VERI MAESTRI”  a tempo pieno,  anzi pienissimo, decorosamente retribuiti per
essere al servizio dei giovani e delle loro famiglie . E poi Maestri si deve
diventare per vocazione e non per disperazione o per ripiego e fuga dalla
disoccupazione.

 


 

[1]
La legge istitutiva della scuola media unica è del dicembre 1962

 

 

1 comment to Ripartiamo da Barbiana

  • Paola

    Poco tempo fa ho letto un libro e, tra le differenti problematiche affrontate, un capitolo era dedicato al sistema educativo nel nostro paese.
    Riporto testualmente:
    “La prima considerazione o constatazione è la seguente: la scuola è a pieno titolo una parte, consistente e rappresentativa, della “zona grigia” della società italiana. ….Cosa intendiamo per “zona grigia”? Semplicemente gli ignavi, coloro che si lasciano vivere e accettano lo stato di cose presenti ritagliandosi una fetta di sopravvivenza, per sé e per i propri cari, secondo l’ordine stabilito dall’alto, da chi comanda e decide, sulle loro spalle ….. La scuola era lo strumento di conoscenza e di coscienza di sé per i “figli del popolo” lavoratore, era strumento di civiltà …. per abbattere le barriere di classe, per permettere al popolo di sapere e, sapendo, di difendersi. …… La cultura, come oggi il potere la intende, non è più conoscenza (e conoscere, diceva un saggio, può fare molto soffrire) ma, più di quanto lo sia mai stata, uno strumento di ottundimento delle coscienze tramite il divertimento, il consumo. Così i nostri figli e figlie e i loro padri e madri (e nonni e bisnonni) non hanno più bisogno della scuola bastano la televisione e il mercato.
    da Goffredo Fofi,- Zone Grigie -Donzelli Ed. 2011 Pag 141-143

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