IL MIELE E L’ACETO dell’educazione

IL MIELE E L’ACETO

La giornata scolastica partiva male. Gli alunni sostavano a gruppi all’ingresso dell’istituto con l’evidente intenzione di disertare e far disertare ad altri le lezioni. Come di solito accadeva in quei tempi, una non specificata associazione studentesca aveva proclamato, per quel sabato antecedente l’ultima domenica di carnevale, un giornata di “sciopero” per la riforma della scuola.

Le astensioni ingiustificate dalle lezioni erano, quell’anno, un rituale che tutti noi Dirigenti scolastici conoscevamo ma che, per una subdola o interessata connivenza di alcuni adulti, riuscivamo a gestire con difficoltà. Un atteggiamento repressivo o di semplice contrasto era come gettare benzina sul fuoco e dare la stura ad altre contestazioni, autogestioni e ripetute astensioni. Quel giorno, però, il vedere un insolito via vai di alunni verso alcuni autobus privati, fermi sul lato opposto della strada e pronti a partire, come si diceva, verso le discoteche delle vicine località marine, aguzzò il mio spirito di difesa suggerendomi cosa fare per contrastare queste assenze camuffate da protesta giovanile. Invitai il gruppo col quale in quel momento stavo discutendo nel mio ufficio per avere informazioni più precise sullo “sciopero”.

I delegati, sicuri di sé e con pronto eloquio, nel corso dell’incontro, mi informarono nei dettagli sulle motivazioni a base della loro contestazione tesa a sollecitare quella riforma della scuola secondaria di secondo grado che, da sempre promessa, tardava a venire. Erano evidentemente contenti di riferire ciò che tante volte avevano sentito dire, pur se in modo diverso, dal loro Preside e dai loro docenti ma rimasero di stucco quando dissi loro che le aule vuote non sentivano e non vedevano la protesta e che questa, almeno per quel giorno, era opportuno che fosse seriamente partecipata a tutti nel corso di due ore di assemblee di classe seguite da tre assemblea d’istituto da concludere il tutti insieme in palestra e chiudere la giornata con musica e balli, visto che eravamo ancora a carnevale. Mai proposta fu così efficacemente comunicata dagli “ambasciatori” al loro popolo e così celermente accettata; tutti, di corsa,lasciarono i bus e si riversarono nella aule per non rimanere fuori alla chiusura automatica del cancello che avrebbe loro impedito di partecipare ad una così nuova ed insolita esperienza

Ma se loro erano contenti, io cominciavo a tremare, nel pensare ad eventuali incidenti, alle reprimenda – veramente difficile da avere – da parte delle gerarchie scolastiche o di qualche genitore possessivo e timoroso, alle accuse di favorire l’attività di qualche “stronzo” di spacciatore. Ormai il dado era tratto ed era improponibile tornare indietro. Mi diedi da fare per assicurare, con l’aiuto e la sicura competenza tecnica di alcuni alunni frequentatori di discoteche o facenti parte di gruppi musicali, quanto necessario per rendere idonea la palestra all’evento; permisi al bidello, abilissimo trombettista di suonare qualche brano con l’accompagnamento delle basi musicali di proprietà dell’amplificazione dell’istituto ed infine pregai il Commissario di P.S. di concedere a due agenti, genitori di altrettanti alunni, la possibilità di essere presenti in istituto nel corso della giornata. Qalche mamma, forse un po’ più timorosa di altre, chiese, ed ottenne, di assistere all’assemblea. Tutto si svolse con gioia e serenità; un agente di P.S. fu costretto dalla figlia, studentessa dell’ultimo anno, a ballare con lei cha-cha-cha. Forse se anch’io avessi avuto mia figlia tra le alunne avrei ballato con lei un bel valzer.

Pensavo, a fine giornata, alla verità contenuta nel nostro detto popolare: “piia cchiui na stizza the mele ca nu varile the citu” che vuol dire:” cattura più mosche una goccia di miele che un barile d’aceto”. Tornai a casa contento che tutto fosse finito bene.

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