La scuola verso la libertà

(Recensione al testo di:Paola Mastrocola: Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare. Guanda Editore, Parma, 2011)

Nel recente passato abbiamo assistito a tentativi di riformare la scuola, di modificarne l’andazzo, di renderla più rispondente alla esigenze dei giovani. Tutti gli sforzi si sono infranti o hanno avuto scarsa fortuna. I tira e molla di opposti schieramenti escludevano a priori ogni proficuo confronto e, dopo l’applicazione di qualche norma, venivano messe in atto strategie e tattiche per riportare a galla quanto sembrava essere stato emarginato o definitivamente sepolto o minimizzare le conseguenze di quanto stabilito. Tutto doverva rimanere immobile. In tali situazioni si è spesso trovata la scuola italiana ed anche i Dirigenti scolastici, sottoscritto compreso, ai quali una burocrazia miope e digiuna di scienze pedagogiche e di esperienza didattica, impediva qualunque iniziativa. Di tanto in tanto si sentiva dire che la scuola non servisse a niente e che sarebbe meglio chiuderla. A tale proposito sostengo che : “La scuola sarà sempre meglio della merda”, come diceva con colorita ed adeguata espressione, il Lucio di Barbiana che aveva 36 mucche nella stalla. (Lettera a una professoressa, Ed. fiorentina,Firenze, Febbraio ’72, pag.13) Una recentissima pubblicazione di: Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, Saggio sulla libertà di non studiare, Ugo Guanda editore, Parma, 2011 - riprende la questione costringendoci a pensare e meditare in proposito. Nel libro si sente, pagina per pagina, palpitare il cuore e la mente di una docente impegnata, di una docente vera con le sue contrastanti e discutibili idee sulla scuola di oggi, ma sorretta costantemente da un profondo sentire e da una continua e serena attenzione per i giovani.

L’autrice, nelle prime pagine del libro, parte da una mal dissimulata celebrazione della scuola del passato e dal dolore per averla vista perdere progressivamente consistenza a seguito della istituzione della scuola media unificata. Il concetto è vero ed errato nello stesso tempo. La riforma del ’62, che istituiva l’obbligatorietà dell’istruzione di tutti gli italiani sino al 14° anno di età, metteva in crisi antiche certezze e indicava obiettivi nuovi e duri da condividere da coloro che avevano avuto a che fare col precedente ordinamento. I legislatori avevano, volutamente, trasformato la vecchia scuola media da scuola elitaria e di casta, in scuola di equilibrio sociale, di uguaglianze nuove, di saperi nuovi e con metodi di insegnamento diversi. Dopo la terza media, dice sempre la scrittrice nel libro citato, non era più possibile continuare a studiare Cicerone, Virgilio, Tasso, Dante, Petrarca e gli altri classici della cultura greca, latina ed italiana come nel passato per la mancanza della necessaria cultura di base. Per forza di cose i tempi imponevano di avviare i giovani allo studio delle altre culture europee superando i nazionalismi di infausta memoria che erano stati causa di guerre disastrose; il mondo occidentale, ora desideroso di pace e di fraterne convivenze, assaporava l’allargamento dei confini e la creazione frontiere uniche per l’Europa che si avviava ad una unità sempre più larga e solidale. La scuola si muoveva, a giusta ragione e di conseguenza, in base agli orientamenti politico sociali della generazione al potere che non voleva più aver a che fare coi malanni del passato, con la nomenclature nobiliari, con i secolari privilegi e guardava avanti. Con convinto entusiasmo era accolta l’apertura alle nuove culture europee ispirate ai moderni valori di uguaglianza, di libera circolazione di uomini, merci e di idee sociali dopo gli offuscamenti intellettuali e le guerre mondiali del primo quarantennio del XX secolo. La scuola, in Italia e all’estero, diventava il mezzo per veicolare il nuovo sentire ed insegnava ai giovani il superamento degli egoismi nazionalistici e una cultura della pace tra patrie diverse. Se ogni popolo fosse rimasto, complice la scuola, alle vecchie concezioni di identità nazionale, non ci saremmo liberati così presto da nuove guerre e distruzioni. Il classicismo rimaneva il punto di partenza e di riferimento a giustificazione della necessità di rafforzare le nuove identità nazionali che si avviavano a confrontarsi, dopo i durissimi conflitti militari, sulle vie di una necessaria pacificazione ed un rinnovamento politico e sociale. L’arroccamento ad un classicismo risorgimentale, non avrebbe trovato la forza necessaria per superare i contrasti tra i popoli e, francamente, avremmo corso il rischio di un ritorno a concezioni ideologice e antropologiche errate che due guerre avevano, a fatica, smantellato in tutta l’Europa e nel mondo intero.
Ovunque, in Italia e nel mondo, negli anni ’50-80, vi è stato un discutere continuo sulla scuola del momento e, di conseguenza, in ogni luogo, vi è stato anche un fiorire di nuovi progetti scolastici, di modifiche ai programmi, di nuove dottrine pedagogiche e psicologiche con nuovi valori e nuovi metodi didattici. Lo scopo: garantire l’istruzione a tutti coloro che ne avevano bisogno. Questo atteggiamento solidaristico nella realtà quotidiana, dalla scuola fu ben interpretato in Italia dai “maestri e dalle maestre” dell’immediato 2° dopoguerra, che riuscirono a far considerare la loro attività quotidiana una vera e propria “arte” per le personali capacità professionali di anticipare quella che le scienze pedagogiche avrebbero poi definito “educazione individuale”. Ma questo modo di insegnare , questo sano impegno di chi voleva contribuire alla rinascita della gente accogliendo a scuola gli umili ne uscì rafforzato dall’esperienza positiva della scuola di Barbiana. La Mastrocola, sempre con riferimento all’opera citata, critica Barbiana perchè fa parlare i giovani principalmente di ciò che già sanno, perchè non si insegnano più le nozioni, perchè non si fa più grammatica, perchè si lascia ognuno con le nozioni che la sorte gli ha dato e perchè preferiscono le parole del nonno a quelle di Omero, facendo “fuori a poco a poco le materie meno immediatamente utili, meno pratiche, meno vicine all’esperienza di tutti i giorni; le materie insomma più legate a un’idea di cultura fine a se stessa: la grammatica e il latino e la letteratura per esempio. Materie astratte e <inutili> e così lontane dagli alberi da frutta , sì, è vero: ma erano materie che davano le conoscenze giuste per arrivare a una comprensione dei testi complessi, ad esempio dei capolavori del passato”. (Paola Mastracola, op.cit. pag.112) . la stessa pero, ad onor del vero, nell’ultimo paragrafo del libro, a pag.264, riprende da un altro punto di vista il problema cercando di darne una diversa interpretazione.
Continuando su questo rapido esame, si può dire che nel tempo, ogni sacro impegno nell’affrontare e risolvere i problemi educativi giornalieri, è stato mortificato dai poteri centrali che avevano il vezzo e l’arbitrio di modificare, con semplici circolari o innovative “direttive ministeriali”, le norme in vigore, seminando, quanto meno, confusioni e disorientamento in ciascun operatore scolastico. Le tentate riforme della Moratti, di Berlinguer, Fioroni, Gelmini, dopo qualche provvedimento di facciata, si sono arenate nelle sabbie di Trastevere lasciando, ancora una volta, agli innamorati della scuola, l’incombenza di sfogliare la margheritina alla ricerca del petalo buono che li convincesse a non “togliere il disturbo”.
Per concludere è evidente che scuola italiana, come quella di tutto il mondo, nel 2000 avrà un’utenza variegata e diversa da quella del passato e sarà compito della politica attrezzarla per evitare incongruenze con le strutture economiche e sociali e con le esigenze dei giovani. Ma nei tempi prossimi venturi l’educazione dovrà aver cura anche degli adulti che dal mercato del lavoro saranno costretti a continue riqualificazioni. Anche i docenti dovranno affrontare aggiornamenti a raffica; al classicismo rimarrà in una nicchia privilegiata alla quale ricorrere nei momenti di sbandamento etico e politico. La scuola, più di ogni altra istituzione, dovrà essere libera, autonoma e pubblica. E le classi, di ogni ordine e grado di istruzione, dovranno costituirsi, spontaneamente e senza, regole intorno a maestri del sapere, della scienza, della vita, della cultura, dell’arte, della musica provocando, dal basso, una selezione dei docenti. Il docente che rimane senza alunni, cambia mestiere. Le unità scolastiche, infine, dovranno essere sovradimensionate rispetto alle attuali e dotate di stumenti efficaci di ricerca, di studio, di sperimentazione nel quadro di completa autonomia gestionale, finanziaria, didattica ed impositiva. Ogni differenza tra scuole pubbliche private, tra pubbliche statali, tra pubbliche confessionali dovrà essere impedita cosi come dovrà essere annullato ogni valore legale dei titoli di studio. Queste sono forse le strade per far correre la scuola verso la libertà e l’autonomia. Questa è la conclusione dell’autrice ed anche la mia.

 

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