Educazione, famiglia, scuola

 

Sovente siamo abituati a discutere sui percorsi formativi dei nostri figli e dei giovani e, quando notiamo insuccessi, abbandoni, devianze siamo portati a individuare le cause di tali situazioni nello scarso impegno e nel disinteresse delle nuove generazioni per ciò che noi adulti riteniamo buono e giusto.

In un Consiglio di classe aperto a studenti e genitori, un alunno coraggioso e certamente attento al ”farsi” del fatto educativo, affermava, nel corso della discussione sull’ andamento didattico e disciplinare della classe, che quell’anno, in una certa disciplina, aveva appreso di più che nei tre precedenti anni di studio perché il nuovo docente “si faceva capire meglio e faceva studiare serenamente e senza paura” ; anche i voti negativi, diceva, erano accettati dalla classe come giusta valutazione di mancato studio e non erano intesi come un ineluttabile risultato di un impegno che per il vecchio docente rimaneva sempre e comunque insufficiente e inadeguato.
Cosa può dirci l’episodio? Certamente questo: un alunno aveva cambiato il suo approccio nei confronti di una disciplina perché era cambiato il docente, e un diverso modo di rapportarsi tra professore e alunno aveva dato risultati nuovi.

Può dirci anche, per tornare alla tesi di apertura di questo scritto, che non possiamo ancora continuare a parlare dei giovani attribuendo a loro tutte le colpe senza mai mettere noi adulti in discussione ; può dicei che alcuni tabù sono venuti meno ; che non possiamo non accorgerci che il mondo è cambiato ; che non possiamo illuderei di ritenere la scuola l’unica dispensatrice del sapere; che il ruolo e l’attività dei docenti ora vengono continuamente messi in discussione.

Anche nella famiglia sono venuti meno, in tutto o in parte, i ruoli tradizionali del padre e della madre ; il padre non è più tanto vicino ai figli perché il lavoro lo costringe a stare molto tempo fuori di casa per le necessità della vita, non ultima l’istruzione dei figli stessi; la madre, anche lei, per apportare maggiori risorse economiche alla famiglia, ha finito con l’abbandonare l’usuale attività di casalinga ed è stata catapultata nella frenetica ruotine lavorativa. I figli, di conseguenza, passano molto tempo da soli, lontano dai genitori e con persone estranee al nucleo familiare che lavorano nel prendersi cura di loro ; i legami si allentano e gli affetti non vengono coltivati dalle quotidiane occasioni che li rafforzano e rendono stabili, forti e duraturi. La famiglia si sgretola e perde capacità educativa.
Ne consegue che il cambiamento del contesto socioculturale, delle utenze, delle politiche scolastiche, del ruolo della famiglia, nonché l’irrompere nel sistema formativo di nuovi protagonisti, ha portato ad un sostanziale mutamento della comunicazione educativa ; di tutto ciò genitori e docenti debbono prenderne atto ed operare di conseguenza.

Nonostante le elaborazioni tecnico-metodologiche e gli sforzi interpretativi di varie dottrine sociologiche e pedagogiche per risolvere i problemi connessi all’ educazione dei giovani, siamo ben lungi dall’avere idee chiare sul problema. Nella pratica c’è chi si affida alla propria esperienza e vede con diffidenza ogni novità; c’è chi, con spericolata disinvoltura, per sembrare al passo con i tempi, accetta
acriticamente ogni novità; c’ è chi, con consapevole e acuto tormento, cerca di comprendere i tempi presenti e percorre le strade nuove con impegno e amore non tralasciando le esperienze del passato ; c’è chi invece vigliaccamente e con disarmante sicumera, attribuisce sempre ad altri compiti e responsabilità.

E’ chiaro, non c’è bisogno di sottolinearlo, che da quest’ ultima ipotesi, più che dalle altre, genitori e docenti debbano tenersi alla larga a meno che non intendano rinunciare completamente ai
ruoli che spettano loro. Guai a ritenere primario l’impegno degli altri per nascondere i propri insuccessi e le proprie sconfitte.

Per tornare ai docenti e alla necessità di illustrarne ruolo e la funzione nel sistema formativo attuale, occorre chiarire innanzi tutto che, se in passato, gli alunni ricevevano ed accettavano dalla scuola tutto, oggi giungono già dotati di un bagaglio culturale e ciascun docente deve partire da ciò che gli alunni portano con sé e completare la loro acquisizione del sapere. Non si tratta più di dare conoscenze, quanto di aiutare i giovani a cercare, organizzare e gestire conoscenze. Oggi é impensabile un docente che continui ad insegnare per tutta la vita solo quello che ha appreso all’università senza un adeguato impegno di aggiornamento quotidiano. Se questo non esiste, su certi argomenti può ”rimanere spiazzato” da alunni più informati di lui.

La scuola moderna ha bisogno di “comunicatori educativi” in grado di fare breccia nella mente e nel cuore dei giovani per indirizzarli, attraverso la trasmissione di contenuti educativi, verso scelte autonome e responsabili. La ricerca della motivazione interiore di ciascun giovane è essenziale per un positivo esito educativo ma, d’altro canto, è indispensabile, da parte del docente, una notevole professionalità specifica ed una responsabilità molto vasta e piena di rischi per tutto ciò che fa e dice.

Un docente responsabile non può tenere in dispregio alcuna riflessione sul modo in cui deve svolgersi la “comunicazione educativa” ; non può, in altre parole ritenere di poco conto una didattica dell’insegnamento che si proponga di esaminare le possibilità ed i riflessi dell’azione dell’insegnante verso gli alunni e di questi tra loro. Molti docenti sono saliti in cattedra, e continuano a salire, senza alcuna esperienza di insegnamento e, se non dotati di una straordinaria sensibilità, continuano a perpetuare errori difficili ad essere cancellati e una spocchiosa interpretazione della libertà docente spesso fornisce l’alibi per evitare il confronto collegiale e non aiuta l’autoverifica. Si finisce, il più delle volte, ad attribuire gli insuccessi scolastici sempre e comunque alla cattiva volontà, negligenza degli alunni che pertanto vanno ”respinti e bocciati”.

Ma il ragazzo citato in apertura di discorso ha ammesso candidamente di aver cominciato a capire e a studiare una disciplina, che per anni era stata la sua pecora nera, solo in seguito al cambio
del docente. Non si intende qui, si badi bene, attribuire la colpa di tutti gli insuccessi ai docenti; si vuole fare notare come può anche darsi che, nonostante gli sforzi e gli impegni, un messaggio educativo ben formulato non venga recepito a dovere e di questa eventualità è bene che la scuola se ne faccia carico. I docenti possono ridurre tali rischi confrontandosi regolarmente tra loro stessi, formandosi continuamente “in itinere” ed evitando di rimanere indietro in un mondo che, con i giovani,corre secondo ritmi velocissimi ai quali, ad ogni costo, bisogna stare dietro, pena il fallimento di ogni azione formativa.

Ma “comunicatori educativi” non sono soltanto i docenti ma soprattutto i genitori e la famiglia ai quali spetta il diritto originario di provvedere all’ educazione dei figli. Purtroppo, per i motivi detti prima, spesso alla famiglia manca il tempo necessario e da qui la delega alla scuola o ad altre agenzie educative del processo formativo dei figli. Quando il processo va bene non vi sono problemi, ma quando va male ne viene fuori un palleggiamento di responsabilità che finisce col mortificare tutti.

Un altro episodio emblematico accadutomi nel corso della mia esperienza professionale. Un genitore, convocato a scuola per avere e dare informazioni sulle assenze della figlia, che a molti docenti erano sembrate inesplicabili e ingiustificate, ha esplicitamente affermato di non avere alcun potere sulla figlia e la scuola doveva “sbrigarsela” da sola senza mandare più alla famiglia lettere di convocazione o altro. Non sempre ci troviamo in queste situazioni paradossali, ma l’esempio basti ad evidenziare che a volte, quando le cose non vanno come dovrebbero, le due istituzioni finiscono col darsi a vicenda la colpa dei cattivi risultati invece di chiedersi aiuto reciproco.

Senza giungere a sostenere, come fa qualche “esperto” di problemi sociali, che la causa di tutte le devianze minorili siano la scuola o la famiglia, certi insuccessi debbono farei pensare. Certamente se il giovane sente la scuola o la famiglia come i luoghi dove si verificano costrizioni e ”violenze” di ogni genere, è facile che sia portato a deviare. Nella pratica quotidiana non sempre è facile dosare, soggetto per soggetto e momento per momento, gli interventi educativi senza correre il rischio che ciò che può essere sano stimolo e giusta sollecitazione diventi obbligo, costrizione, violenza.
Lo stesso accertamento scolastico delle competenze minime, se può essere giusto riconoscimento dell’impegno, della fatica, delle competenze, in certe circostanze può determinare, per insostenibile richiesta di pretese, insicurezza e … devianza se il giovane non è stato abituato ad auto valutarsi, a capire ciò che può fare e ciò che non può fare.

Una scuola responsabile e al passo con i tempi dovrebbe fornire alle famiglie e alla società la possibilità che i giovani si realizzino secondo le tendenze, aspirazioni ed inclinazioni di ciascuno senza costringere a portare la spada chi è nato per portare la croce.

Può sembrare eccessivo lo spazio riservato all’orientamento a proposito dei cicli scolastici ma, se lo intendiamo nell’ottica di aiutare il giovane a mettere in luce tutti gli aspetti della sua personalità, a
scegliere di fare ciò vuol fare, forse è la parte più innovativa di ogni progetto di riforma.

Tornando alle famiglie, perché hanno così poca presa sui figli di oggi ? L’esperienza di padre e di scuola, mi dice che spesso i figli-studenti, soprattutto quelli che frequentano gli istituti di 2° grado,
rappresentano per le famiglie un momento di realizzazione sociale, un punto di riferimento e sono spesso collocati in posizione apicale rispetto ai ruoli degli altri componenti del nucleo familiare. In queste famiglie in cui il figlio studente ha un ruolo “importante” è difficile trovare una valida sponda all’attività educativo-didattica della scuola. Torna valida solo ogni azione tendente a motivare e responsabilizzare dall’interno i giovani e a far comprendere alle famiglie che in questa direzione bisogna rivolgere tutte le attenzioni.

Se ci proiettiamo nel futuro prossimo, un altro fatto renderà la famiglia ancor più inadeguata alle esigenze dei giovani. Mi riferisco alla tendenza in atto a posticipare sempre più avanti l’età del matrimonio, e di conseguenza della procreazione dei figli, i quali pertanto, nei momenti più delicati dello sviluppo fisico e intellettuale, si troveranno a discutere con genitori avanti negli anni e perciò ancor più lontani, di quanto avviene oggi, dalle problematiche del mondo giovanile. E la scuola, di ogni grado e tipo, non sfugge a questa situazione. Si perviene, anzi, al paradosso: la scuola del passato era migliore. Bisognerebbe dire, forse, che fosse migliore perché più adeguata alla vita del suo tempo.

La famiglia, per evitare che diventi solo un albergo o un dormitorio, dovrebbe adeguarsi alle trasformazioni sociali in atto e alle mutate esigenze della gioventù; è bene che prenda coscienza di queste difficoltà e si attrezzi per dare ai giovani ciò di cui hanno realmente bisogno. A questi serve oggi un punto stabile di riferimento in ogni momento della vita, qualcuno che sappia ascoltare quello che sentono e quello che vogliono fare, qualcuno che li capisca, li comprenda e soprattutto li ascolti ; qualcuno che non rovesci sentenze o rimproveri, qualcuno vicino alloro mondo e alle loro idee, qualcuno che abbia fiducia in loro e li stimoli e incoraggi, anche nei periodi incerti bui come quelli odierni, a mettere alla prova le loro capacità piuttosto che attendere la manna dal cielo o la “spinta” di altri.

La famiglia e la scuola spesso sono disattente a questi problemi e scavano solchi sempre più incolmabili intorno a chi più ha bisogno di aiuto sicché, quando si decide di intervenire, è sempre molto tardi.
Sia l’una che l’altra non esauriscono il loro intervento rapportandosi direttamente col figlio o con lo studente, ma debbono confrontarsi anche col territorio e la comunità locale che sono anch’ essi portatori di elementi formativi e cooperare per la buona riuscita di un progetto comune : quello di formare le giovani generazioni al meglio possibile. I muri invisibili che tante volte rendono incomunicabili i diversi che partecipano al progetto formativo vanno individuati e abbattuti ; tutte le attività che rinsaldano il rapporto tra famiglia, scuola e società vanno sostenute e incoraggiate. Lavorando insieme e soffrendo insieme si può costruire una gioventù al passo con i tempi, libera, autonoma e consapevole delle sue capacità.
(Questo mio articolo è stato, già pubblicato su: “La citta”, periodico di informazione, politica, attualità e opinioni, Galatina, n° 3-1988, pgg.3-4. Lo riporto sul mio blog con qualche con qualche lievissima modifica formale ,considerata l’attualità del problem)
Giulio Cesare Viva

 

 

 

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