Istruzione, lavoro e art.18

Nella moderna società, in continua e travolgente trasformazione,  è impensabile e improponibile la  figura di una persona che, durante la sua attività lavorativa, utilizzi sempre e solo le capacità e le professionalità che ne avevano determinato l’assunzione al lavoro. Le zappe degli agricoltori sono state sostituite dagli aratri, la penna del contabile dalla macchina da scrivere, la chiave inglese del meccanico dagli strumenti elettronici, i decotti e gli unguenti caserecci del medico da pillole e sciroppi industriali,  il mattone di pietra naturale ha fatto posto al ferro ed al cemento, la forza delle braccia si è inchinata allo strapotere della tecnica e via dicendo. Quale sarebbe , per la società di oggi, l’utilità di una  persona in grado di utilizzare solo primitivi strumenti?

Il progresso della scienza e della tecnica , in molti settori,  è andato avanti così velocemente  da spiazzare, in questi ultimissimi anni,  anche le istituzioni  scolastiche  che dopo il ventennio fascista e  le ritornate libertà democratiche avevano  cercato di acquistare importanza e  vigore nella formazione dei giovani. Oggi, però, i  diplomati o i laureati , al momento di inserimento nel mondo del lavoro, non sanno come comportarsi e restano sconcertati  di fronte a novità sconosciute e mai affrontate durante gli studi.

Pensando alle future generazioni ,  è ancora accettabile una scuola che  si limiti  esclusivamente a “fare cultura” tramandando le vecchie conoscenze senza affrontare i nodi della vita e della convivenza d’oggi?  “Sul passato si costruisce  il presente –  mi si obietterà – “Ne sono convintissimo, ma sono anche certo che non bisogna fermarsi e che si debba  assolutamente andare  avanti “.  Ripensando al progresso della scienza e della tecnica,  è mai pensabile che un operaio, senza un qualsiasi aggiornamento,  possa continuare a trovarsi a suo agio ed a produrre in maniera adeguata in un ambiente produttivo rinnovato dalla A alla Z? Situazioni  del genere a volte servono solo  per giustificare operazioni di delocalizzazione  e per avere il sostegno della cassa di integrazione per il personale in esubero.

Se il potere deriva dal sapere, perché la nostra scuola è il fanalino di coda nei discorsi di politica, se la crisi economica  deriva da arretratezza  di progettualità industriale, perché si parla così poco del rilancio di questi settori e si pensa, come sempre, a spremere le vuote tasche della  gente?  I “Tecnici” che ci guidano attualmente, che conoscono tante cose, non credono che una scuola rinnovata  possa avere un ruolo nella società futura?  Non credono che una industrializzazione rinnovata possano salvare l’Italia?

Un tempo non molto lontano era idea diffusa e consolidata trai giovani ed i meno giovani che la vita e l’esperienza del lavoro fossero sufficienti per un buon inserimento nella società e  ciò che veniva  appreso a scuola era  considerato solo un buon  punto di partenza. Ora manca tutto questo. Il diploma o la laurea non sono adeguatamente collegati al mondo del lavoro  e perciò oggi ai giovani  manca il coraggio di impegnarsi subito  ed attendono la raccomandazione non tanto per avere il  primo inserimento in ambiente lavorativo, quanto per  avere un amico  che li soccorra nei momenti di difficoltà. Negli Stati Uniti, in proposito, è stato dato riconosciuto per legge il  valore delle raccomandazioni (o altrimenti chiamato “capitale sociale” ) al momento delle assunzioni al lavoro. Se non altro, qualcuno si assume le responsabilità di attestare la validità umana e professionale di un giovane al di là dei corsi di studio frequentati. E infine una considerazione: le vivaci e lunghe diatribe sull’art. 18 non sono state una palese dimostrazione di un mondo che sta cambiando e cerca, concitatamente, nuove vie per il futuro dei giovani e per la pace sociale?

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