LA SCUOLA DEL NUOVO SECOLO

 Il mondo, ai nostri tempi, presenta notevoli differenze rispetto a quanto si verificava diversi decenni addietro quando la gente del posto guardava con diffidenza i forestieri, immigrati per lavoro o per altri motivi, e con i quali si trovavano, da un giorno all’altro, a convivere. I comportamenti delle persone estranee , per alcune abitudini particolari e  atteggiamenti diversi, per il modo di vestire o per altro quasi mai chiaramente detto, erano male accolti o mal sopportati  dai nuovi ambienti nei quali la sorte o la necessità li costringevano a vivere. Agli albori della società del 3000, invece, si verifica, per fortuna, una maggiore tolleranza e rispetto per il forestiero e dall’iniziale formale accoglienza si passa all’ inclusione vera e propria. Solo eccezionalmente questa inclusione non si conclude con una integrazione totale, paritaria e portatrice di serenità sociale e conseguente  benessere;  a volte il disagio rimane e diventa occasione di conflittualità bonaria ma anche di violenza tra le persone e di rabbia contro le cose. I comportamenti attuali di qualche gruppo politico ne sono la prova.

 

Il sistema educativo italiano, per i trasferimenti forzati dei meridionali disoccupati nelle ricche e industriali città del Nord, forse per primo nel mondo, ha cercato di affrontare in maniera teorica e pratica, il problema delle diversità.  Negli ultimi trenta anni dello millennio da poco trascorso, la scuola media che allora, da emigrato, dirigevo a Bologna,(era il 1985)  ospitò per alcuni giorni una delegazione di docenti ed esperti giapponesi interessati a studiare ed apprendere le esperienze didattiche delle scuole del posto in relazione al problema per trarne beneficio  ritorno in Asia. Erano i primi anni in cui da noi si cercava di rispondere adeguatamente al disagio scolastico di alcuni alunni evitando emarginazioni,  intolleranze  e rifiuti causati da differenziazioni psico-fisiche ma anche etniche, regionali, sociali . Eravamo al tempo in cui i “mancini” erano ritenuti i cattivi segnati da Dio ed i “terroni”, i “napoletani” ed i “polentoni” erano considerati italiani,sì, ma di razza diversa e inferiore.

 

A Bologna, come anche in tutta Italia, era un fiorire di iniziative sulle problematiche   da affrontare e risolvere, per dare alla scuola gli strumenti e le conoscenze teoriche e pratiche per gestire, in modo adeguato, un’educazione efficace e completa per ciascuna delle individualità suddette. Si cercava, in altre parole, di mettere in pratica insegnamenti che non partissero dall’idea della classe ma piuttosto dalla consapevolezza che ogni classe ( o ogni gruppo di educandi)  era formato da tanti individui diversi e differenti tra loro. Una efficace azione educativa e formativa andava ben oltre la semplice lezione frontale e “versativa” per tutti ed il conseguente pari apprendimento da parte dei singoli; la pedagogia e la didattica, per essere efficaci e valide,  avevano bisogno del concorso di altre  scienze come la filosofia, la psicologia, la sociologia, la medicina e il diritto. Convegni di studio si tenevano un po’ in tutta la penisola  e vedevano seduti, intorno ad uno stesso,  tavolo  Presidi e Direttori Didattici, docenti, psicologi, sociologi, medici ed esperti di diritto ed associazioni di genitori, uniti da un unico intento: dare una la scuola migliore per tutti ma adeguata alle esigenze di ciascuno, anche se portatore di handicap, anche se proveniente da lontane regioni italiane  o da paesi stranieri.

 

Anche oggi le cose non sono molto cambiate: in ogni classe vi sono alunni vivaci e attivi accanto ad altri più lenti e meno interessati; gli stranieri sono presenti ovunque e sono differenti per culture, religione, usi e costumi e così via. Una scuola o un istituto efficiente ed efficace non lasceranno mai che uno dei loro  alunni vada alla deriva senza tentare alcuna azione di recupero e di formazione;  anche per il più refrattario avranno sempre una parola di sprone e di incoraggiamento stando attenti a non negare le diversità dei singoli togliendo loro la speranza di riuscire relazionandosi con le capacità possedute da ciascuno nel gestire i propri pensieri ed il proprio comportamento. Una classe,  gestita e controllata dal docente in maniera generica e poco individualizzata, era quasi sempre causa conformità ed ipocrisie devastanti ed  volte anche devianze e annullamento di ogni capacità di ragionamento e di scelte responsabili..

 

Introdurre la meritocrazia come linea guida della scuola del futuro  servirà ad annullare questi rischi? No di certo. Se la ricerca del merito produrrà vantaggi in chi accetta il giuoco, altrove potrà essere motivo di danno.  Il riconoscimento del merito  in chi riesce a seguire gli sforzi, può produrre avanzamento intellettuale ed eccellenza sociale; in chi rimane indietro può produrre disagio, frustrazione e violenza.

 

La società moderna, è guidata dalle categorie della linearità e della casualità, secondo le quali  ogni azione produce gli attesi comportamenti ed oggi, questa interdipendenza è accentuata  per la massiccia presenza di strumentazioni tecnologiche che condizionano la vita di tutti noi. L’unico sistema possibile per liberare l’uomo da questa dipendenza è attivare nuove forme educative che rafforzino la capacità di controllare liberamente il loro pensiero e, di conseguenza, i loro comportamenti.

 

Ogni scuola potrà avere i suoi promossi, i suoi respinti ma nessuna  scuola del 3000 potrà produrre perdenti a vita per aver tralasciato di far capire a ciascun giovane quello che può fare e quello che non può fare. Il giovane preparato a capire se stesso, troverà con facilità la giusta  via per la sua realizzazione di persona e uomo libero;  chi per un errore degli adulti sarà “certificato” meritevole o immeritevole di qualcosa che lui stesso sente di non condividere, dipenderà sempre dal giudizio degli altri e non sarà mai  capace della realizzazione di se stesso al massimo grado.

 

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