LA SCUOLA:ieri ed oggi

 

Nel mio paese questo caldissimo agosto ’12, è stato il mese delle sagre, della “pizzica”, delle mostre, dei concerti musicali e del teatro popolare in piazza ma anche il luogo ricercato dalle famiglie che avevano i figli da iscrivere a scuola, sia che si trattasse della prima iscrizione, la più sentita e coinvolgente, sia che si trattasse delle successive,  università compresa.

Si usciva da casa per vedere, per sentire, per gustare ma anche per cercare l’incontro con Tizio o Caio, con Marzia o Camilla che avevano il figlio o la figlia coetanei del proprio e che dovevano iniziare un nuovo percorso di formazione. Mai era  sembrato che i problemi scolastici fossero tanto al centro delle preoccupazioni dei genitori:  le unità scolastiche si accorpavano o si smembravano, i docenti conosciuti e apprezzati andavano contro voglia  in pensione, le tasse scolastiche erano in aumento come le spese per l’università. Le generalizzate iscrizioni previi esami di ammissione, mettevano un freno alla scelta  delle sedi da frequentare e alla conseguente ricerca degli alloggi.

Proprio nel corso di uno di questi incontri tra vecchi amici e conoscenti, il discorso  si fermò sulla sorte dei giovani. Si esprimevano pareri e convinzioni sulla qualità degli insegnamenti, sulla funzionalità di questo o quell’altro istituto, di questa o quell’altra università, sulle possibilità di lavoro al termine dei percorsi, su quanto bolliva in pentola a proposito di riconoscimento dei meriti o dei demeriti. Il gruppo parlava e discuteva, discuteva e parlava, e forse sarebbe andato avanti ancora per un bel po’ di tempo se una “vecchia maestra” , lucidissima e loquace (vecchia solo perché aveva già superato i novanta anni ), non si fosse inserita nella discussione per dire le sue esperienze. Nel paese era da tutti conosciuta per essere stata una  bravissima maestra della scuola elementare e pertanto il riverente ascolto, all’inizio , fu quasi un atto di dovuto  rispetto che a discorso iniziato si trasformava sempre più in un interessante e coinvolgente apprendimento di storia e di vita vissuta. “La maestra” parlava di come andavano le cose ai suoi tempi, di come avesse insegnato la geografia e la storia d’Italia in riferimento alle necessità di costruire, allora, una fraterna convivenza tra tutti gli Italiani, di come sollecitava gli alunni all’attenzione, all’osservanza delle regole. Non mancarono, alla fine, osservazioni in merito alla positiva considerazione nella quale erano tenuti, in quei tempi,  la scuola ed  il lavoro  dei docenti.

A me, sulle prime, sembrò strano che in un momento in cui tanto, ai giorni nostri, si discuteva animatamente di “meritocrazia”, di ammissione o meno alle facoltà universitarie, di nuovi sistemi per una “uniforme e oggettiva “ valutazione dei risultati scolastici di tutti gli alunni, di come dovessero venire giudicati a fine anno, nessuno di noi facesse osservazioni in merito alla  raccontata la prassi scolastica dei tempi passati . Eppure  la maestra aveva fatto notare  che l’alunno era istruito nel rispetto dell’ordine e delle gerarchie e la condotta era sempre tenuta in grande  considerazione in tutte i momenti di valutazione dell’alunno.( In verità,alla mia mente, era venuto il ricordo dei tanti tentativi di introdurre nella scuola d’oggi, sin da alcuni anni fa, norme per la condotta e del peso da riservare   in sede  di scrutinio finale, ma non intesi interferire in merito tanto il discorso della maestra, su questo punto, mi sembrava una testimonianza interessante sul modo di fare allora scuola in altri tempi).  La valutazione della condotta era, per la maestra, un qualcosa di organico a tutto il processo formativo e non un qualcosa  di esterno ed occasionale. Per esempio diceva che allora  la “riga” era il simbolo dell’autorità del docente,  lo strumento  per infliggere semplici punizioni corporali, quasi sempre giustificate e apprezzate dai genitori, ma raramente messe in pratica dai docenti  bravi che, anche allora, cercavano di “entrare nell’anima dell’alunno”  con la persuasione ed il convincimento. Il  rischio era allora, per questi ultimi, quello  di  essere considerati sovversivi o addirittura socialisti da tenere sotto controllo.

Alla maestra luccicavano gli occhi quando ricordava gli anni della sua prima esperienza didattica in una scuola rurale,  quando diceva di sentire, nell’offerta mattutina di una semplice “ricottina” o di una bottiglia piena di “siero caldo”, il grande affetto delle famiglie contadine che le affidavano i figli che ancora oggi, anziani quasi quanto lei, si fermano per salutarla, per chiedere informazioni sulla sua salute e ricordarle gli anni di “Piscopio”. ( “Piscopio” era il nome della contrada rurale nella quale si trovava la scuola).  E ricordava a noi tutti che stavamo attenti e pensierosi ad ascoltarla, anche le manifestazioni para-militari negli anni  immediatamente antecedenti lo scoppio della 2° guerra mondiale e l’entusiasmo dei giovani che allora sfilavano “inquadrati e coperti” per le vie del paese sotto la guida attenta dei maestri e delle maestre. – “Che tempi! Che ordine!” -,  diceva la maestra; e che rispetto per gli insegnanti e per la scuola! E per finire continuò: -“Che disastri, quanti problemi, quante pene, dopo quegli anni! Da qualche anno il Mondo continua a ribollire e speriamo che alla pentola non salti un’altra  volta il coperchio!” -.

Il discorso della “maestra” era terminato, nessuno dei presenti riprese a parlare. Forse erano tutti stanchi ma forse molti erano preoccupati delle poche possibilità di cambiare, in quattro e quattro otto, l’andazzo del mondo intero e della scuola ed erano incerti su cosa dire.

Anch’io, di solito vivace e acceso sostenitore delle mie idee, rimasi in silenzio  ma, avviandomi verso casa, fui assalito dai pensieri che mi riportavano alla mente i miei  cinquanta anni di vita trascorsi nella scuole da docente e dirigente scolastico. Negli anni ’60, cioè all’inizio del mio percorso professionale mi sentivo gasato e artefice di una nuova Italia; nella “scuola popolare”( quella di non è mai troppo tardi), ed in quelle di scuola media,lavorai con spirito  pari a quello  della “maestra”, ero protagonista di un mondo che aiutavo a cambiare. Col passare del tempo il mio impegno non è mai venuto meno, ma ho avuto momenti di rabbia e di sconforto per la scuola che diventava, anno dopo anno, un ammortizzatore sociale, un luogo ove parcheggiare giovani e meno giovani, un luogo dove i migliori rincorrevano i peggiori , un luogo con molti professori ma pochi “maestri”, (cioè veri docenti di valori morali e dignità personali). La scuola italiana diventava sempre più scuola delle “carte”, dei “giudizi”, delle “raccomandazioni”, dei “cambiamenti epocali” di questi ultimi,  prima sbandierati di qua e di là e poi …silenziosamente  soffocati.

Oggi si dice che debba diventare una scuola basata sul “merito”. Potrebbe  essere una buona via da seguire. Se il merito è rapportato  a processi produttivi, se rimane vincolato a criteri economici o se discrimina le culture, le etnie ( e mi fermo qua) invece di  valutare le capacità intrinseche di ciascuno,  se costringe chi è nato a portare la croce a portare la spada o viceversa,  o ad esposto sul Taigeto per essere accolto dagli schiavi perchè debole o deforme , allora bisogna  tornare a definire adeguatamente il concetto ed i limiti del credito scolastico. Le Olimpiadi, da poco concluse, possono aiutarmi a chiarire il concetto: i tuffatore gareggia con i tuffatori, il ciclista con gli altri ciclisti, il peso massimo con un altro peso massimo, e così via. Nella scuola, ed in quella pubblica in particolare, tutti gli studenti debbono avere le stesse probabilità di riuscire in relazione alle proprie peculiarità e quindi  il più debole ha bisogno di adeguato sostegno o di essere indirizzato  in studi a lui più idonei e confacenti .

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