Educazione e contatto d’anime

Leggevo su qualche rivista che non ricordo, l’elogio di un personaggio che aveva trascorso buona parte della sua vita nell’educare i giovani. Si parlava dei metodi decisi coi quali faceva studiare gli alunni poco volenterosi e del rispetto che riceveva per la sua professione. Erano i tempi in cui le manifestazioni pubbliche chiamavano a raccolta, insieme agli insegnanti, studenti ed alunni per mettere in evidenza l’ordinato e fiero comportamento degli Italiani. Ero incuriosito da quella narrazione che procedeva in forma scorrevole e piana ma, ad un certo punto, mi venne spontaneo pensare a quale metodo didattico si ispirassero certe manifestazioni-erano quelle del ventennio- che al nostro innominato autore sembravano fossero espressione di libera partecipazione mentre, in realtà, erano solo frutto di coercizione e violenza.
Mi resi subito conto della distanza ideale che intercorreva tra quei tempi e gli anni in cui iniziavo la mia vita di docente; ad appena dieci anni dalla fine del secondo conflitto mondiale si diceva ancora, a proposito degli alunni, che non erano vasi da riempire ma fuochi da accendere; dovevano cioè essere sollecitati ad avere personali convinzioni per diventare buoni cittadini; era un bel progresso. Nella sfera dei personali ricordi mi vien da pensare al fatto che, da alunno, ottenevo i migliori risultati i quelle materie nelle quali avevo instaurato col docente un contatto umano ed una comunicazione che erano in sintonia con i miei interessi. E ciò faceva la differenza nei miei rapporti con altri docenti nei riguardi dei quali mi sentivo svincolato da ogni impegno e da ogni obbligo di studiare; nonostante il solerte impegno di tutti, sentivo questi ultimi estranei, mentre i primi li sentivo parte di me stesso. I docenti, per la classe, erano gli stessi ma tra gli alunni le cose stavano proprio come ho detto. Nessun fatto particolare stava alla base di tali scelte. Uno stesso docente, che teneva le sue brave lezioni per tutta la classe, era “sentito” da ciascin alunno lin maniera diversa; entrava in un contatto d’anima particolare con ciascuno e da ciò scaturiva un modo diverso secondo il quale l’alunno percepiva l’esempio o la lezione.
Tante volte, molti anni dopo, ho ripensato a questa situazione affettiva e l’ho scoperta madre di buoni risultati. Ho pensato che forse ai futuri docenti bisognava insegnare, in particolare, come fare e cosa fare per preparare alla vita giovani consapevoli e responsabil. Mi veniva spesso in mente il comportamento tenuto a fine anno dagli alunni di una delle quinte classi di un istituto di istruzione secondaria che allora dirigevo: oltre la metà decise di iscriversi alla facoltà che si basava sullo studio delle discipline insegnate dal docente più apprezzato e che, con l’esempio e l’impegno professionale, aveva fatto diventare così interessanti.
Questo legame difficile da stabilire ma anche difficile da descrivere tecnicamente, e che io chiamo “filo dell’anima”, non ha riferimento alcuno al “cosa” si insegna ma un riferimento preciso al “come” si insegna; indica il relazionarsi autorevolmente – non autoritariamente -in modo da lasciare ai singoli la libertà di di fare o di non fare, e così via.
Su queste brevi e chiare indicazioni penso sia da impostare oggi discorso per definire, quantificare e qualificare il merito nella scuola: per gli alunni in riferimento ai risultati raggiunti; per gli operatori del settore, in relazione alla qualità e quantità delle prestazioni dovute ed anche delle capacità relazionali e comunicative.

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