Libertà nella scuola: come può crescere e come può finire

Un giornaletto, in vena di fare le lodi di una istituzione scolastica del paese, diceva: “la nostra scuola è una scuola di tutti e per ciascuno”. Niente da obiettare per qualcuno che si sforzava di chiarire, al grande pubblico, uno slogan relativo al buon funzionamento di una struttura formativa. Con lo stesso spirito intendo continuare, a modo mio, il discorso per evitare un cattivo uso della concezione meritocratica da introdurre, in questi tempi, a proposito dell’atteso riordino della scuola. Tutta la pubblica istruzione della nostra Italia, al pari della privata, dalle scuole materne all’università, dovrà essere regolamentata in modo da garantire ad ogni giovane uguali diritti, pari doveri e soprattutto pari riconoscimenti in tutta l’Italia e all’estero. Il settore è complesso e le norme relative andranno scelte con cura per evitare il perdurare di privilegi e controlli inadeguati che spesso sono causa di generiche classifiche e superficiali e dolorose qualifiche che penalizzano, come sempre, i più deboli. Speriamo che il richiamo di Papa Francesco al rispetto degli umili, venga accolto dal legislatore evitando, tanto per essere brevi, la permanenza di scuole dei ricchi diverse da quelle dei poveri. E qui mi fermo, su questo argomento. Don Milani qualche cosa, in tal senso, l’aveva già detta.
Tornando alla didattica ed alla pedagogia della “scuola di tutti e per ciascuno” è proprio vero che un insegnamento generalizzato e rivolto ad un gruppo classe è inadeguato per buona parte degli alunni. Il docente che segue con impegno solo lo sviluppo dei più bravi sbaglia, ma sbaglia ugualmente chi ha la mente e gli occhi sempre attenti a chi corre meno. E’ necessario trovare tecniche, strategie e modi di comportamento per coinvolgere ogni alunno motivandolo ad una partecipazione interessata alla vita scolastica in riferimento proprie alle capacità. In questo sforzo si misura la validità dei docenti che riescono, sulla base della loro esperienza didattica, a proporre i contenuti che sono l’oggetto dell’ insegnamento, in maniera suggestiva, gradevole, ma sempre tale da giustificare il libero apprendimento da parte degli alunni. E’ quello che, in altre occasioni, ho chiamato “il filo dell’anima” per indicare quella particolare situazione in cui il docente e il discente si trovano nei momenti di massima sintonia tra la proposizione e fruizione dei contenuti. Questi momenti sono tanto più frequenti e più proficui quando il docente e l’alunno sono sulla stessa “lunghezza d’onda”, quando cioè il primo riesce a comunicare col suo linguaggio in modo da giungere alla mente e al cuore di ogni alunno e quando ciascuno di questi, in relazione alle personali e variegate condizioni del proprio vissuto presenti al momento del contatto, si sente disponibile e pronto a comprendere l’altro che, nel nostro caso, è il docente.
Nella scuola di tutti e per ciascuno, ogni soggetto apprende e risponde liberamente, in maniera edeguata al suo essere, perchè non si sente costretto a partecipare e capire. Anche il docente dà il massimo di se stesso quando è convinto di quello che dice e di quello che fa, quando è libero di comunicare i suoi liberi saperi. E’ questa una situazione speciale, simile a quella in cui Cristo Risorto si trovò con i suoi seguaci, nel giorno della Pentecoste; Lui parlava la sua lingua ma ciascuno dei presenti comprendeva il messaggio nella propria lingua. E’ un esempio, questo, per dire come uno stesso insegnamento può procedere alle coscienze , per vie diversi e senza ulteriori sforzi ai fini della comprensione. La libertà è stata il collante di anime diverse che perseguono, da differenti punti di partenza, lo stesso obiettivo dell’istruzione.
La competizione, all’interno del gruppo però, può creare fratture, incomprensioni e divisioni. Il pericolo può essere affrontato e superarato se i docenti, adeguatamente preparati e sensibili, hanno sempre presenti, nel corso della loro attività didattica, tutti gli alunni e ciascuno per quello che è. Tanto per fare qualche esempio e per chiarire un concetto che sembra contraddittorio nei termini, penso ora ad un docente di educazione fisica, bravo e attento, che non inserirà mai a caso, in un gruppo che gioca a pallacanestro, alunni alti e meno alti; se operasse in questa maniera farebbe sembrare bravi i più alti e meno bravi i più bassi; facendo partecipare i meno alti ad esercizi nei quali l’altezza è una qualità secondaria (ad esempio corsa, parallele, asse di equilibrio, nuoto ed altro) essi non sentirebbero quella inutilità nel gruppo causata dalla partecipazione alla partita di pallacanestro. E se proprio tutti volessero giocare a pallacanestro formerebbe due squadre con giocatori di uguale altezza e tutti troverebbero lo slancio e il gusto a gareggiare con altri loro pari, senza subire inutili umiliazioni. Lo stesso dicasi, sempre per esempio, quanto non deve accadere nella preparazione di uno spettacolo di teatrino scolastico: il docente attento assegnerà, ad una studentessa con una vocina bassa e ovattata, il ruolo di suggeritrice per le compagne ed i compagni che si alterneranno, da attori, sul palco. Ognuno partecipa attivamente alla vita scolastica secondo le sue specifiche attitudini e qualità e tutti hanno parte attiva in un unico progetto educativo, anche quelli che hanno preparato le scene come gli altri addetti al servizio d’ordine durante lo spettacolo. Il discorso, attento alle individualità, non cambia molto, anche quando si hanno in classe alunni diversamenti abili. Il docente, che, in vari modi non cura questi ultimi durante le sue lezioni, per non essere interrotto o per altro, merita solo una cosa: di essere assegnato a compiti diversi dall’insegnamento ove potrebbe dare migliore prova di se stesso. La meritocrazia da introdurre nella scuola come giudica questi fatti? Come lo Stato difende la libertà e il diritto all’istruzione di tutti i suoi cittadini? Come premia alcuni e punisce altri? Come prepara a certe mansioni nelle quali la dottrina e la teoria sembrano non bastare quando si opera su persone umane?
In una scuola di tutti e per ciascuno, tanto per restare ancora in ambito scolastico, prima o poi, si porrà anche il problema della libertà; cioè come educare un giovane alla libertà e all’autonomia delle scelte svincolandolo, una volta per tutte, dalla dipendenza di altri. Per l’alunno abituato ad ascoltare, seguire e condividere gli insegnamenti del docente, della famiglia, del gruppo classe, dei compagni di quartiere, verrà il giorno in cui dovrà affrontare dimensioni esistenziali che richiederanno personale partecipazione attiva e responsabile fatta di scelte individuali che andranno prese senza aiuto o indicazioni di altri. Saranno scelte che arricchiranno e determineranno la sua esistenza futura; lo metteranno, dalle situazioni del fare e del poter fare apprese nel corso del suo iter educativo, a quelle nuove del voler fare, di essere cioè ormai capace di scelte autonome e volontarie. L’alunno è diventato uomo libero, senza alcuna subalternità, senza necessità di altra guida che quella della sua ragione, avrà la capacità di risolvere la situazione dell’asino di Buridano che, pur avendo a disposizione due piatti di pastasciutta uguali, morì di fame per non aver saputo scegliere. Ogni futura situazione l’alunno libero potrà affrontarla con sicurezza e risolverla in base alla sua conoscenza del bene e del male. Ma per l’uomo integrale l’educazione non si ferma qui. Altre situazioni richiederanno sempre nuovi apprendimenti, nuove capacità, comprese quelle concernenti il momento di abbandonare la vita in un contesto di serena coscienza interiore e forse anche, in certi casi, per un buon trapasso, l’uomo andrebbe adeguatamente educato.
Questo è un indispensabile passaggio nella vita di ogni persona anche se, in qualche circostanza, sarà causa di errore imperdonabile per chi erra nello scegliere il bene dal male. Per spiegarmi ricorro a Dante Alighieri che nella ” Divina Commedia” condanna decisamente alle pene dell’inferno, i peccatori che “per malo amore”, i quali approfittando della libertà, avevano rivolto il loro amore, la loro attenzione in direzioni sbagliate, guardando, magari al proprio tornaconto, al proprio piacere, ai propri guadagni, ai propri vantaggi trascurando quanto poteva riferirsi a Dio o ad altre persone. Anche il docente, che presume di essere sempre nel vero, di non sbagliare mai, a volte non si rende conto di quanto soffochi o ritardi la crescita umana dei suoi alunni. E’ difficile per un docente, che svolga con coscienza il suo dovere, credere di sbagliare, ma si da il caso che questo avvenga più spesso che mai. La memoria di ciascuno di noi ci può aiutare a comprendere il concetto: tutti abbiamo il ricordo dei docenti che ci hanno attribuito meriti o colpe inesistenti. Ma c’è anche indelebile quello del docente che è fortemente rimasto impresso nella nostra memoria per averci indicato certe strade che continuiamo a percorrere, per il loro insegnamento, con sicurezza per tutta la nostra vita. Sono questi i “Maestri” con la M maiuscola, ai quali si ispira il mio discorso di oggi.
I docenti sentono il peso enorme della loro funzione ed hanno paura di ogni discorso meritocratico; ritengono, giustamente, che il loro lavoro non possa essere valutato come se trattasse solo di un lavoro qualsiasi nel quale bisogna eseguire incombenze che richiedono solo alta professionalità. In tali circostanze i risultati sono facilmente quantificabili e misurabili. Ma nella scuola le cose vanno diversamente e fanno paura certe analisi giornalistiche che si lanciano in inopportune, insensate classifiche sulla funzionalità degli istituti scolastici, prendono in esame le percentuali dei promossi e dei bocciati, il calo o l’aumento delle iscrizioni, il numero dei diplomati, la media dei voti negli scrutini finali ed altre indicazioni del genere, ma non indagano sulla capacità di dirigere gli impegni didattici dei docenti, sui rapporti tra docenti e alunni, sul funzionamento di altre attività presenti in una scuola, non tengono conto del parere dei genitori nè tanto meno di quello degli alunni che dovrebbero essere come persone. Forse, a proposito di quest’ultimissima osservazione, (fatemi dire una della mie), una riforma della scuola dovrebbe prevedere classi aperte, in modo da lasciare agli alunni e alle famiglie la libertà di apprendere frequentando le classi con i docenti ritenuti più validi al fine della formazione umana prima e scientifico, scientifica, tecnica o storico culturale, poi, dei giovani. Forse alcuni operatori scolastici risulterebbero “improduttivi” e scarsamente comunicativi tanto da finire in cassa integrazione o in pensionamento anticipato. D’altra parte andrebbero controllate particolari istituzioni scolastiche pubblico-private frequentate dai rampolli di caste al potere. I tali istituti si distribuiscono pagelle, diplomi e lauree con voti eccellenti assegnati con criteri diversi da quanto avviene nella scuala statale. Sembrano molto produttive ritenengono di avere il diritto di primogenitura quando si tratta di ricoprire gli incarichi di alto livello nei gangli dei poteri dello Stato.Hanno, a volte, curricula ad hoc costruiti. Ma questa è un situazione diametralmente all’opposto di ogni scuola pubblica libera e accessibile a tutti; è un’altra scuola, strumento di dispotismo e violenza. Questi parametri dovranno essere tenuti in conto dal legislatore quando metterà mano a dare il via ad un nuovo modello di scuola basata sul merito. Attenzione: ogni buon pensiero può essere stravolto dalla pratica e prendere vie impensate.

1 comment to Libertà nella scuola: come può crescere e come può finire

  • paola

    A proposito di “una scuola di tutti e per ciascuno”

    La favola del Re Trentatrè di Carlo
    Imprudente

    C’era una volta un re che si chiamava Trentatrè.
    Un giorno Trentatrè pensò che un re deve essere giusto con
    tutti.
    Chiamò Sberleffo, il buffone di corte: “Io voglio essere un re
    giusto – disse Trentatrè al suo buffone – così sarò diverso dagli
    altri e sarò un bravo re”.
    “Ottima idea maestà” – rispose Sberleffo con uno sberleffo.
    Contento dell’approvazione il re lo congedò.
    “Nel mio regno – pensò il re – tutti devono essere uguali e trattati
    allo stesso modo”. In quel momento Trentatrè decise di
    cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale
    Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori
    dalla finestra: il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo.
    Soddisfatto della decisione presa, Trentatrè afferrò il pesce
    rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero
    pesce cadde nel vuoto e morì.
    Il re si meravigliò molto e pensò: “Peggio per lui, forse non
    amava la giustizia”.
    Chiamò il buffone per discutere il fatto. Sberleffo ascoltò il
    racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare
    tattica.
    Trentatrè, allora, prese le trote dalla fontana del suo giardino e
    le gettò nel fiume: le trote guizzarono felici.
    Poi prese il merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma
    questa volta fu il merlo a rimanere stecchito.
    “Stupido merlo – pensò Trentatrè – non amava l’uguaglianza”.
    E chiamò di nuovo il buffone Sberleffo per chiedergli
    consiglio.
    “Ma insomma! – gridò stizzito il re – come farò a trattare tutti
    allo stesso modo?”.
    “Maestà – disse Sberleffo – per trattare tutti allo stesso modo
    bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso
    dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma
    dare a ciascuno il suo”.

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