Cultura e scuola: tra stelle e stalle

Cultura e scuola: tra stelle e stalle

Leggo, in questi giorni, sulla stampa specializzata, vari articoli riguardanti la situazione economico sociale e scolastica di tutte la nazioni d’Europa. I dati forniti dall’EUROSTAT – Istituto di statistica europeo – certificano che nel 2011 l’Italia, in riferimento al proprio P.I.L, per la cultura ha impegnato solo l’1,1 % ed ha occupato l’ultimo posto in graduatoria; l’Irlanda, col 7,6, è risultata al primo posto. Bella botta per l’Italia tanto sicura del suo primato culturale! Ma non sono solo questi dati a preoccuparmi. Un’altra classifica dello stesso EUROSTAT e per il medesimo anno 2011, ha collocato l’Italia al penultimo posto tra tutti i paesi europei, con una spesa dell’8,5 % del solito P.I.L . riservata all’istruzione. In questa seconda classifica, al primo posto figurava la Svizzera ( 17,9 % del proprio P.I.L.) ed ultima la Grecia (7,9 % del suo P.I.L.). Anche il nostro C.E.N.S.I.S. – Centro studi e investimenti sociali – va sul pesante ripetendo, a proposito delle spese per la Pubblica Istruzione, la vecchia solfa: SUD, spesa maggiore e minore rendimento, NORD, spesa minore e maggiore rendimento. Insomma il solito concetto del Sud parassita e del Nord virtuoso.
Io credo che le cose non stiano proprio così. Sono convinto, per i miei continui soggiorni in Svizzera, della ricchezza economica di quello stato ma non mi aspettavo un così bruciante divario con noi in riferimento alla spese dedicate alla pubblica istruzione e alla cultura! A Ginevra ho spesso accompagnato i miei nipotini nelle scuole di quella città così come, anni prima, li avevo accompagnati in quelle di un paese poco distante dalla stessa Ginevra. Sia nell’uno che nell’altro caso, per la verità, ero rimasto sorpreso dall’ottima organizzazione dei curricula e dal preciso funzionamento di tutte le attività didattiche e solo di sfuggita ero stato sfiorato dalla possibilità che nelle località svizzere più periferiche la scuola pubblica, come accadeva in Italia, fosse meno completa. Ora la relazione dell’EUROSTAT mi dice che, riguardo alle spese per l’istruzione, la Confederazione Svizzera, con un importo pari al 17,9 % del suo P.I.L. è al primo posto tra tutte le nazioni europee mentre il nostro Bel Paese, con una spesa pari all’8,5 del proprio P.I.L. è al penultimo posto. In proposito ho avuto la conferma su quanto avevo constatato: il buon impegno per la la scuola di una nazione che, la comune opinione, descriveva come interessata solo ed esclusivamente agli aspetti economico-finanziari della vita. (Analogo discorso, pur se con qualche differenza, potrei farlo anche a proposito dei dati riferiti alle spese per la cultura). L’Italia, in questa graduatoria, è collocata solo al penultimo posto.
Il funzionamento della scuola elvetica mi riportò, inevitabilmente, a fare un confronto con la mia lunga esperienza di docente, prima, e di dirigente scolastico, poi. Ricordai l’impatto con la realtà della scuola bolognese quando, fresco di concorso, fui assegnato a dirigere una scuola media di Bologna città. Provenivo da un lungo periodo di insegnamento in un buon istituto superiore della provincia di Lecce dopo una breve esperienza nella scuola elementare e media. Avevo, in quel tempo, anche una pluriennale esperienza politico-amministrativa nel settore scolastico per essere stato assessore alla P.I. nel mio paese di residenza ed una discreta militanza in un sindacato della scuola. Nonostante queste mie esperienze ero, al momento di ricoprire il nuovo ruolo ero in grande agitazione ma superai ben presto ogni difficoltà appena mi resi conto che a Bologna, le scuole, compresa la grande mia scuola media, funzionavano diversamente da quelle della mia provincia. Mi colpì, sin dai primi giorni, la positività e la responsabilità dei docenti e del personale amministrativo della scuola che mi trovavo a dirigere. Il loro modo di operare era lontano dalla ” tipica familiarità di noi salentini” ma brillava per l’efficacia e per l’efficienza; mi colpirono poi, la puntuale presenza a scuola di ogni docente e la presentazione della giustificazione di partecipazione alle assemblee sindacali; la puntuale presenza in aula, di alunni e docenti, anche nel giorno in cui una nevicata aveva sepolto la città sotto una coltre di neve spessa un metro; l’attiva partecipazione dei genitori nei ricorrenti incontri scuola-famiglia; gli efficaci, frequenti ed intensi rapporti tra scuola e USL. Le ore di educazione tecnica mi sorpresero particolarmente quando constatai che nei laboratori dell’istituto gli alunni assemblavano piccoli aerei radiocomandati da provare nel parco annesso all’edificio ed infine i primissimi tentativi dell’ufficio di segreteria con due computer (era l’anno 1985) regalati alla scuola da una banca locale. Un altro fatto mi sorprese: nei giorni di sciopero i docenti venivano a scuola; non facevano lezione ma si riunivano in assemblea per discutere i loro problemi. Erano comunque disponibili anche per eventuali emergenze. Un’altra consuetudine mi fece apprezzare la vivacità e libertà di giudizio della scuola bolognese: i docenti in ingresso partecipavano alle riunioni collegiali della scuola ove avrebbero dovuto assumere regolare servizio prima della decorrenza giuridica dei rispettivi trasferimenti. In tali circostanze partecipavano ai consigli di classe per scegliere i libri di testo relativi alle discipline che avrebbero insegnato e che gli stessi consigli di classe dell’aprile scorso non avevano adottato in attesa del coinvolgimento dei nuovi venuti. Le circolari ministeriali non valutarono mai questa iniziativa e continuarono attribuire la scelta dei nuovi testi ai consigli di classe di aprile.
In quei tempi i nuovi presidi erano spesso invitati a partecipare a corsi di aggiornamento organizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione o da associazioni di categoria. Erano occasioni per ascoltare gli orientamenti del Ministero, per approfondire particolari momenti della gestione delle scuole ma erano anche occasioni ove spesso si confrontavano le esperienze e si socializzava. Un giorno, durante l’intervallo, tra una relazione e un’altra, io ed alcuni altri colleghi ci trovammo a discutere delle nostre scuole. Ero sul punto di dire che forse sarei rimasto volentieri presso la scuola di Bologna ove mi ero ben inserito e perchè mi sembrava di stare in una specie di paradiso terrestre rispetto alle scuole del tacco d’Italia. Un mio caro amico, che era andato a finire in un borgo montano, in una scuoletta con appena 50 alunni , mi precedette nell’esprimere il confronto tra situazioni scolastiche di ambienti diversi e disse, quasi all’improvviso, che non vedeva l’ora di lasciare le stalle di quella scuola per vedere le stelle di una scuola della nostra provincia. Stavo per dire qualcosa ma l’affetto per il collega e la tristezza per la sua situazione mi consigliarono il silenzio.
A volte le differenze tra un ambiente ed un altro sono tali da condizionare il nostro sentire e bisognava nascere fortunati per avere certi privilegi . Ho ripensato alla questione dopo aver letto i risultati resi noti all’inizio di questo discorso ed ho compreso la validità attualissima dell’affermazione di un alunno della scuola di Barbiana, il Lucio che aveva 36 mucche nella stalla e che -nel 1967- disse:” la scuola è sempre meglio della merda” (Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Firenze, 1972) Di pensiero in pensiero mi convinsi allora, e ne sono molto più convinto oggi, che la validità della scuola pubblica non sta solo nelle “stelle” che brillano ma anche nelle “stalle” che puzzano ma che tanto hanno contribuito e tanto contribuiscono ancora allo sdoganamento degli umili e dei miseri. (E penso ad una vecchia signora, ai suoi tempi maestrina in una scuola pluriclasse rurale, quando girava per i viottoli di campagna a raccogliere i suoi alunni ai quali insegnava “la cultura nazionale” disegnando sul terreno la forma dell’Italia da poco unificata e d’inverno, quando il freddo diventava pungente, faceva lezione al caldo di una stalla. Per gli alunni di allora quella era una scuola di “STELLE” perchè era il massimo della cultura e dell’istruzione potevano avere).
Fuor di metafora e tornando all’Italia nostra, se i dati dell’EUROSTAT, quelli del CENSIS o di altri istituti di statistica registrano reali situazioni e ritengono che cultura ed istruzione producono ricadute economiche sul territorio come mai il Sud dell’Italia è ancora più indietro rispetto all’Italia intera? Non è forse vero che chi si è sempre abbuffato continua ad abbuffarsi e a non far progredire gli indigenti? Una programmazione economica errata che non ha forse allontanato le fonti di ricchezza da alcuni luoghi condannandoli alla fame? Non è stato il potere dell’economico ad attivare le scuole private e le università a numero chiuso per preparare i rampolli delle caste di riferimento, lasciando alla scuola statale il compito di educare alla povertà? Non è forse lo Stato sprecone ad essere la causa principale dello smantellamento della sanità pubblica a vantaggio della privata? Gli alunni di Barbiana avevano capito queste cose ma i governanti hanno sempre tergiversato, non aiutano le scuole statali e favorendo, di fatto, quelle private, che preferiscono chiamare pubbliche-private?I ragazzi svantaggiati di alcune regioni della nostra Italia agli esami di terza media presentano ancora circuiti elettrici con una pila catalitica, una lampadina ed un interruttore piuttosto che modelli di aerei volanti ed i “Dottori” delle nostre università sono risucchiati da un Nord ora ghiotto di “cervelli” come cinquanta anni fa era avido di “terroni”. Come può una terra come la nostra progredire in un clima del genere? Per i ricchi di oggi torna di moda la povertà ma per i già poveri cosa ritorna? Forse lo penso ma non lo voglio dire!

1 comment to Cultura e scuola: tra stelle e stalle

  • NCSS (National Council for the Social Studies) Thematic Standard: IV
    Individual Development and Identity. No work of Epic Fantasy is complete without beloved fire-spitting lizards.
    She searches for an army to take to the Seven Kingdoms and reclaim the throne
    that is rightfully hers.

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