La logica di “Pietro” applicata alla migrazione delle tortore

Alcuni anni addietro, quando ero ancora un appassionato cacciatore e frequentavo in lungo ed in largo le assolate pianure del mio Salento ed i boschi di querce, cornioli e corbezzoli, a settembre, in gruppo con amici, mi spingevo sino al Capo di Leuca ove la tradizione venatoria assicurava un intenso passaggio di tortore in volo di ritorno verso l’Africa. Era una tipica caccia d’attesa e perciò molto del tempo a disposizione, i cacciatori lo trascorrevano stando insieme in attesa del momento propizio.

In una di quelle tiepide giornate tra i cacciatori sorse un’accesa discussione sul perché e sul per come, quell’anno, di tortore non se ne vedeva ancora alcuna in aria. Arturo, giovane ed impaziente, chiedeva di andare in giro di qua e di là per gli uliveti a cercare qualche volatile; Mario, adulto più esperto, obiettava ribadendo che era inutile girare per gli uliveti perché, di quel tempo, le tortore non sostavano tra gli alberi ma erano già in voli di trasferimento al alta quota prima di calare verso il mare e passare, perciò, a quote accessibili alla portata dei fucili. Bisognava attendere il passo senza abbandonare la postazioni prescelte perché l’occasione si poteva presentare da un momento all’altro.

Pietro, il più anziano e certamente il più informato sulla questione, rimproverava ai due di ragionare con la loro testa senza tenere presenti altre variabili che potevano aver “suggerito” alle tortore di fare altri percorsi, a loro ignoti; era il caso, quindi, di aspettare e lasciare stare le ipotesi, giuste o false che fossero. Ciò nonostante Arturo rimaneva del parere che l’assenza del passo sarebbe durata per tutto settembre; Mario, più speranzoso, cercava di convincere gli altri che settembre non sarebbe trascorso senza tortore. Pietro si rifiutò di scommettere sulle due ipotesi ritenendole prive di giustificazioni razionali attendibili e soprattutto di regole precise sul comportamento degli uccelli; le esperienze soggettive degli amici erano insufficienti nel dire come e quando le tortore sarebbero passate. Le varianti dello spazio, del tempo e della casualità che stavano alla base del movimento migratorio, erano al di fuori e al di là della conoscenza ed esperienza logica di tutti gli amici, diceva Pietro; anche se tutti fossero giunti ad una decisione unica ed unitaria, tale scelta sarebbe stata sempre soggetta ad una serie di molteplici soluzioni. Alla fine Pietro così sentenziò: – spesso ciascuno di noi crede di sapere perché ha fiducia nella sua esperienza oppure ha ascoltato le esperienze degli altri per cui alla fine la costruzione del suo pensare si basa o su credenze di altri o sulla propria intuizione, ambedue imperfette e imprecise perché basate su costruzioni mentali pratiche, illogiche, irrazionali e su un processo intellettivo inadeguato o insufficiente -.

Dopo questa articolata conclusione del vecchio Pietro, per unanime decisione, il gruppo decise di ritornare a casa in tempo per l’ora di pranzo; quel giorno, tutti avevano compreso come procedeva il comune pensare delle persone, e come certezze, all’apparenza ovvie, erano avvertite irrazionalmente senza alcun legame che le ponesse come vere ed inevitabili.

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